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INTERVISTA A LAURA BIAGINI, STRATEGIC PLANNING DIRECTOR IN YOUNG & RUBICAM

PC  Se penso a quelli che ce l’hanno fatta mi viene in mente subito Laura Biagini, che ho conosciuto in Young & Rubicam quando era la giovanissima laureanda e stagista di Marco Lombardi, nel reparto planning e ricerche. E non solo perché ha fatto una bellissima carriera, che l’ha portata in pochi anni a dirigere quel reparto, ma perché ha sempre caparbiamente lottato per fare quello che le piaceva fare. Essendo bella e socievole, a più riprese le è stato proposto di lavorare nel reparto account, quasi che fosse sprecata a studiare marche e trend di mercato in una posizione che è più di back office. Laura ha sempre declinato con diplomazia e gentilezza, anche quando l’implicita minaccia era che così non avrebbe fatto carriera. Non è stato così e sono felice che sia riuscita a coniugare lavoro e passione.

Questa scelta le ha anche permesso di coniugare il lavoro in Young & Rubicam con lo  studio prima e la docenza poi in Iulm; una sinergia di interessi nata dall’incontro con Marco Lombardi, come ci ha raccontato  quando le abbiamo chiesto perché pensa di essere stata scelta al suo primo colloquio e che cosa ha fatto la differenza: “Quando mi sono presentata al mio primo colloquio di lavoro non pensavo che lo fosse. Mi spiego: ero andata a un ricevimento dal professore con cui stavo facendo un corso in università. Era un corso di pubblicità, tenuto da quello che ancora non avevo capito essere una delle maggiori autorità italiane sul planning strategico: la verità è che, nonostante il corso, non mi era proprio chiarissimo che cosa facesse un planner. In quell’occasione ricordo di averlo bombardato di domande. E con il senno di poi temo di averlo preso per sfinimento: a un certo punto credo che gli sia venuto in mente che era più semplice offrirmi uno stage. Di lì a qualche settimana sarebbe diventato, per molti anni a venire, il mio mentore in Young&Rubicam.”

Trampolinodilancio: “Cosa ti è servito di più nel primo anno di lavoro?”

Laura Biagini: “Il fatto di non avere paura di mostrare carattere, l’avere trovato il modo di dire la mia e di potere esprimere un parere anche di fronte a persone con molta più esperienza: soprattutto all’inizio credo che nessuno dall’altra parte si aspetti che una persona sappia trovare tutte le risposte giuste, bensì che sia propositivo nel provare quantomeno a cercarle, a volte addirittura anticipando le domande. Di certo è necessario che l’ambiente in cui ci si trova (quello che io ho sempre trovato in Y&R) favorisca questo atteggiamento. E se così non fosse beh, il mio invito è quello di cominciare subito a cercare altrove.”

Trampolinodilancio: “Cosa ti ha insegnato il tuo primo capo?”

Laura Biagini: “Tre cose:

1)“sbaglia solo chi fa” (riferito al fatto che fare errori è normale quando uno lavora e che trovare soluzioni agli errori fatti da noi o da altri fa parte del gioco)

2)”quando un aereo precipita l’unica persona che non va in panico è il pilota”(potrebbe essere un corollario di quello sopra: nella difficoltà l’importante è non rimanere passivi come farebbe un   “passeggero” bensì prendere il controllo di quello che sta accadendo, sforzandoci di gestire le cose anziché farsi travolgere)

3) “del maiale non si butta via niente” (riferito alla gran mole di lavoro che viene prodotta in un’agenzia pubblicitaria spesso apparentemente destinata ad essere cestinata, archiviata, inutilizzata ma che prima o poi, per qualche gara, per qualche cliente, per qualche richiesta urgente dell’internazionale o del tuo AD torna buona: ergo MAI svuotare completamente il cestino dei file cancellati!)”  

Trampolinodilancio: “Cosa ti ha insegnato il capo che consideri tuo mentore?”

Laura Biagini: “Che in un mestiere dove quello che conta è l’immagine bisogna sforzarsi di non essere superficiali: può sembrare un paradosso ma un’intuizione è valida non tanto quando è spiazzante e originale bensì quanto più è fondata su dati oggettivi.”

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Volli, sempre volli, fortissimamente volli

Djokovic with the Australian open trophy

Djokovic with the Australian open trophy (Photo credit: Wikipedia)

PB  Dopo il mio post di ieri su Tennis, fallimenti e felicità, ho avuto un sacco di commenti. Alcuni sul blog, molti al telefono o via e mail, alcuni attraverso segnali di fumo.

Sono quindi a precisare (ascoltate bene pulcini in procinto di buttare il becco fuori dal nido) che il mio pezzo non voleva in alcun modo essere un alibi per la mancanza di ambizione, un sei politico per un lavoro fatto così così.

Per fare carriera bisogna essere i più bravi, i più veloci, i più brillanti. Solo bisogna farlo seguendo il proprio talento, cambiando, rinnovando o ibridando i modelli di successo codificati dal passato.

E poi, sentito il cuore, fare fatica, studiare, mettere la sveglia presto, viaggiare, lottare, creare nella direzione giusta, crearsi le vele migliori per prendere il vento quando sarà in poppa, ma anche per stringere la bolina e proseguire quando il vento sarà avverso.

Milano è piena di negozi che vanno male, che saranno soppiantati dallo shop on line o dalle catene a basso costo. Per realizzare un modello alternativo di successo non basta non aver finito l’università, siete d’accordo? Io parlo di eccellenza, differenziazione, carattere, voglia. Buon vento

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A proposito di tennis, fallimenti e felicità

tennis

tennis (Photo credit: Marc Di Luzio)

PB  L’altro giorno ho sentito al telefono la mia amica Susi. Compagna di Università, di quelle con cui ti scambi gli appunti e con cui prepari gli esami.

Commentando le nostre interviste “a chi ce l’ha fatta”, mi suggeriva (un po’ delusa e preoccupata per il suo lavoro) di farne qualcuna “a chi non ce l’ha fatta”.

Lo ho trovato uno spunto geniale. Perché può essere utile per non replicare sbagli altrui, ma soprattutto perché è spiritoso e nell’autoironia spesso sonnecchia il germe del riscatto.

Ci servono dei fallimenti da commentare, anche per scoprire che molto spesso quelle che riteniamo ciambelle senza buco possono essere riciclate in “réussite” (mio papà mi diceva la scorsa domenica come durante uno dei suoi primi colloqui – i dinosauri erano già estinti– un capo francese gli avesse chiesto che cosa fosse secondo lui la “réussite”).

Certo una brillante carriera in una multinazionale, l’oro olimpico, vincere lo scudetto possono essere abbastanza tranquillamente chiamati successo.

Ma se nel concetto di réussite ci mettiamo anche un bel po’ di felicità (sono una inguaribile romantica e credo che fare un lavoro che piace aiuti la produzione di endorfine) forse i giochi non paiono così scontati.

Al Rolex Master di Montecarlo, lo scorso 20 aprile, ho incontrato (non lo vedevo dalla maturità) Fabrizio, un mio compagno di classe del liceo. Ai tempi lui marinava allegramente la scuola per andare a giocare a tennis e so che, anche in seguito,  non ha dedicato molte energie allo studio e alla carriera in senso classico (da me sicuramente copiava i compiti in classe), nonostante avesse da ereditare l’attività notarile di famiglia. Ha coniugato la sua passione per lo sport (ancora oggi gioca a tennis), la sua attitudine ludica (una chiacchierata con lui varrebbe il pagamento del biglietto) e il suo spirito imprenditoriale e è diventato il proprietario di alcuni dei più importanti negozi di tennis a Milano.  Intorno a lui ha radunato una squadra di non primi della classe a vario titolo (sembra di essere in un film di Ozpetek) con il risultato che il suo negozio (in via Sanzio se volete andare a fare un giro), oltre a fare business, ha l’atmosfera scanzonata di un bar sport e lo spazio emotivo per accogliere consumatori, sfaccendati, sportivi e animali metropolitani di variabile estrazione. Insomma uno di quei posti che sei contento che esistano in città.

Ma oltre a Fabrizio, mi vengono in mente altri, solo leggermente più noti, esempi di fallimento di successo: Pistorius (che corre su lame di acciaio), Steve Jobs (licenziato dalla sua stessa azienda), Leopardi (che parla d’amore da lasciarti senza fiato nonostante la poca avvenenza).

Credo che la réussite, dal punto di vista professionale, sia avere l’occasione di esprimere il proprio talento, fallendo gli obiettivi degli altri e centrando i propri, imperfetti e diversi. E per voi cosa è la réussite?

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Abroad addicted o convicted?

PC I giovani talentuosi sono abroad addicted, come li definisce a4job – la bellissima iniziativa del settimanale A che aiuta i giovani a trovare un lavoro – o piuttosto abroad convicted,  costretti a realizzare un’esperienza all’estero?

Sicuramente i giovani di talento con i quali abbiamo avuto modo di parlare amano completare il loro iter di studio o lavorativo con un periodo di permanenza all’estero. Ma è altrettanto vero che l’aver trascorso un lungo periodo all’estero è diventato quasi un obbligo, perché è uno degli elementi di maggiore rilevanza nella selezione di un candidato. Ce lo confermava Matteo Battiston, direttore di IED Management Lab: “E’ forse il primo elemento che leggo in un curriculum. Aver vissuto un periodo all’estero rappresenta nella vita di una persona una cesura rispetto alla situazione corrente, che si traduce in una maggiore elasticità intellettuale.” Un principio caro anche a Massimo Costa, che nell’intervista che ha inaugurato il nostro blog invitata i giovani ad  “andare via dall’Italia, lasciare la famiglia, andare a studiare all’estero! Non solo perché è  importante l’inglese, ma perché solo in Italia abbiamo giovani che a 28 anni non hanno mai pagato una bolletta.”

Come sottolineava Cristina Scialino (Direttore risorse umane L’Oréal Italia) durante la presentazione dell’Osservatorio sulle Professioni “l’Italia è il paese del cocoon, dove anche la famiglia autorizza i giovani a evitare quello che crea stress.” E il suo appello agli studenti e neo laureati è stato: “Se volete crescere mettetevi in posizione di unconfort! Scoprirete che avete più risorse di quello che pensate!”

In conclusione, se non appartenete alla categoria degli abroad addicted, se rinunciate difficilmente alle comodità della casa materna e vi sentite sicuri, apprezzati e protetti solo nell’ambito familiare, fatevi forza e sentitevi costretti ad andare all’estero: il vostro personal branding ne trarrà indubbiamente un grandissimo vantaggio.

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La 5 regole che sviluppano l’autostima

Publicity photograph of Isabel Losada.

Publicity photograph of Isabel Losada. (Photo credit: Wikipedia)

PC Parlando con la gente ho la conferma che la stragrande maggioranza è al momento preoccupata per il lavoro, o perché appartiene a quel drammatico 30% di ragazzi che terminati gli studi non riesce trovarlo, o  perché è costretto dalla crisi a reinventarsi una carriera. C’è l’amica psicologa che vede avvicinarsi i 40 anni e si chiede per quanto tempo ancora potrà dedicarsi al lavoro che ama fare e per il quale ha tanto studiato, sapendo che i contratti – sempre rigorosamente a termine-  che le propongono le strutture pubbliche sono destinati a ridursi o addirittura scomparire in virtù dei tagli alla spesa. C’è l’amico che non ha mai avuto bisogno di sapere l’inglese nel suo ruolo, ma ora lo studia con impegno perché sa che nella multinazionale in crisi dove lavora, quando a breve decideranno chi licenziare, ogni qualifica sarà importante. C’è la giovane laureata che è alla terza fase di selezione per uno stage di tre mesi, senza alcuna garanzia di assunzione al termine. C’è l’amica di sempre che avendo scelto di fare la consulente vede diminuire mese dopo mese i clienti, perché le prime spese che vengono tagliate sono quelle per i collaboratori esterni.

Leggendo l’interessante intervista a Isabel Losada su Io Donna ho trovato le sue 5 regole d’oro adatte anche a rinforzare l’autostima di chi sta cercando un lavoro.

1. Usate ogni evento per la vostra crescita. Anche quelli negativi. Recentemente un mio studente è stato scartato a un colloquio perché troppo timido (motivazione che personalmente non condivido), ma ha comunque apprezzato sia il fatto di aver fatto un’esperienza di colloquio in più, sia il fatto di aver ricevuto un feedback preciso che gli permetterà di migliorarsi.

2. Trattatevi con gentilezza, evitate di essere duri . A mio parere bisogna sempre ricordarsi che se non si trova un lavoro si può forse aver sbagliato in alcuni atteggiamenti o comportamenti, ma non si è sbagliati come persone.

3. Siate clementi con gli altri: fanno il meglio che possono. Questo suggerimento è quello forse più difficile da seguire, ma è certo che se si diventa assillanti con chi potrebbe fornirci un lavoro e si rasenta lo stalking, otterremo solo l’effetto contrario.

4 Parlando, vietato utilizzare: non posso/dovrei/ci provo.  La modifica di un atteggiamento mentale perdente passa anche dalla modifica del linguaggio che usiamo.

5. Siate puntuali e mantenete le promesse: aiuta l’autostima. Arrivare puntuali oltre che l’autostima vi aiuterà  sicuramente a dare una prima buona impressione a un colloquio! E farvi delle promesse che poi manterrete – come quella di perfezionare l’inglese o approfondire una materia mentre siete in attesa di un nuovo lavoro – vi servirà per convincervi, come nella pubblicità delle creme, che Voi valete. E se ci credete voi per primi, sarà più facile anche per gli altri farlo.

Trovate l’intervista completa di Maria Laura Giovagnini a Isabel Losada, in cui lei parla del suo nuovo libro Voglio vivere di più (Feltrinelli), a questo link http://www.iodonna.it/personaggi/interviste/2012/18-isabel-losada-30637510675.shtml

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INTERVISTA A EMANUELE BIANCHI DENIM BRAND MANAGER IN DIESEL

emanuele bianchiPB Qualche anno fa in Dolce&Gabbana cercavamo uno stagista da inserire nella struttura di Marketing della neonata Divisione Accessori. Si sarebbe occupato di quei piccoli gingilli (intimo, costumi, foulards, cappelli, guanti, etc) meno prestigiosi degli abiti da sfilata, ma più costosi dei pomodori pelati.
Tra i candidati (il nome mi era stato passato da Paola, coautrice di questo blog e mio pusher di talenti da sempre) Emanuele (dotato ai tempi di una chioma piuttosto impegnativa e refrattaria all’uso del balsamo) mi colpì perché , alla domanda “che cosa ti piace?”, rispose “ la semiotica e la chitarra”.
Fu la semiotica? Fu la chitarra? Furono i capelli? A me piacque subito e anche in seguito (benché non abbia mai fatto un concerto in ufficio) per il suo approccio non convenzionale e intelligente.
Divenne Product Manager in DG e poi passò in Diesel, dove ora è DENIM BRAND MANAGER sul core business dell’azienda.

E tu come hai vissuto i primi passi nel mondo del lavoro, dato che eravamo allo stesso colloquio ma alle opposte parti del tavolo? Perché pensi di essere stato scelto al tuo primo colloquio, cosa ha fatto la differenza?
Emanuele Bianchi: Perché alla persona che era stata scelta come prima opzione hanno ritirato la patente. A volte anche una sana dose di fortuna fa la differenza.
L’importante è esserci quando la sorte si presenta, e insistere nel creare occasioni

Trampolinodilancio: Cosa ti è servito di più nel primo anno di lavoro?
Emanuele Bianchi: La curiosità e la voglia di combinare qualcosa di buono. Che si trattasse di spostare scatoloni, o mettere insieme una serie infinita di dati, mi ricordo che affrontavo ogni piccola o grande task come una vera e propria missione. Le aziende sono fatte di persone, spesso bellissime, e considerando che le mie competenze tecniche durante il primo anno di lavoro erano tra lo scarso e il nullo, l’unica cosa a cui potevo aspirare era semplificare la vita  e il lavoro di un componente del team. In questa attività potevo fare la differenza, e le ricompense erano sorrisi, incoraggiamenti e la costruzione di un rapporto di stima e fiducia con persone che erano in azienda da più tempo di me.

Trampolinodilancio: Cosa ti ha insegnato il tuo primo capo?
Emanuele Bianchi: Che la qualità più importante di un manager è ascoltare, prima di tutto ascoltare, la seconda è di immaginare soluzioni, e la terza è diventare un punto di riferimento per il maggior numero possibile di persone.
 
Trampolinodilancio: Cosa ti ha insegnato il capo che consideri tuo mentore?
Emanuele Bianchi: Che nulla è impossibile. Se la nostra condotta professionale è ispirata da una visione forte, chiara e condivisa, non c’è ostacolo che non si possa superare.
E quando le cose si fanno veramente dure, basta un po’ di immaginazione. basta provare a pensare a come le cose potrebbero essere, per rilassare anche gli ostacoli più difficili, e convincere anche i personaggi più difficili

Trampolinodilancio: Cosa vorresti aver studiato in più o di più nel tuo percorso scolastico?
Emanuele Bianchi: In tempi in cui la maggior parte delle comunicazioni passa attraverso l’immagine, mi sarebbe piaciuto completare la mia istruzione con  elementi di design industriale e grafica.
Nel mio lavoro mi ritrovo quotidianamente a lavorare con designer e professionisti con cui la comunicazione visiva è molto più efficace.

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Creative Happening alla Iulm dedicato alla satira

Creative Happening 2012Il Creative Happening è un appuntamento annuale che Iulm dedica ad argomenti legati alla creatività. Quest’anno – dal 2 al 4 maggio – si parlerà di comicità e satira, insieme a personaggi conosciuti come Luca e Paolo, Geppi Cucciari e i Soliti idioti.

Particolarmente interessante per chi si affaccia al mondo del marketing e della comunicazione, dove il digitale ha un ruolo sempre più centrale, sarà capire cos’è divertente per la generazioni native digitali e che influenza hanno i social network sulle forme di creazione, elaborazione e consumo sociale del comico.

Il programma completo degli incontri e dei workshop ai quali si può partecipare sono al link:

http://www.iulm.it/wps/wcm/connect/iulmit/iulm-it/news-e-eventi/iulm-creative-happening

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Gli otto modi per capire se il vostro boss è straordinario

PC Volete capire se il vostro capo è davvero straordinario? Intervistando molti manager Geoffrey James, autore del blog Sales Source, è arrivato a stilare le otto caratteristiche che differenziano quelli straordinari dai manager “nella media”. Scoprite a quale categoria appartiene il vostro.

1. Il business è un ecosistema, non un campo di battaglia

I boss straordinari vedono il business come un ecosistema dove le aziende più diverse aumentano le loro probabilità di sopravvivere  creando un sistema naturale che si adatta facilmente ai nuovi mercati e sviluppando velocemente partnership con altre aziende, clienti e persino concorrenti, mentre quelli “nella media” visualizzano il business come un campo di battaglia dove i concorrenti sono nemici e i consumatori un territorio da conquistare.

2. L’impresa come una comunità e non una macchina

I boss straordinari vedono la loro azienda come l’insieme di speranze e sogni individuali, tutti connessi da uno scopo più alto, e così facendo ispirano i loro dipendenti a dedicarsi al successo dell’azienda e della comunità in senso ampio, mentre i boss “nella media” considerano l’azienda come una macchina i cui impiegati sono dei semplici ingranaggi.

3. Il management come servizio e non controllo

I boss straordinari indicano una direzione generale e poi si impegnano a ottenere le risorse necessarie per riuscire a svolgere il lavoro, lasciano che i team si creino le loro regole e intervengono solo in caso d’emergenza, mentre i boss “nella media” vogliono che gli impiegati facciano esattamente quello che gli viene chiesto e non tollerano le insubordinazioni.

4. Gli impiegati come pari, non come bambini

I boss straordinari trattano ogni impiegato come se fosse la persona più importante nell’azienda, si aspettano l’eccellenza a qualsiasi livello e come risultato gli impiegati si impegnano per dare il meglio, mentre i boss”nella media” vedono gli impiegati come esseri inferiori e immaturi, dei quali non ci si può fidare.

5. La motivazione deriva da una visione e non dalla paura

I boss straordinari ispirano le persone, dipingendo il quadro di un futuro migliore del quale potranno essere parte. Come risultato gli impiegati lavorano di più perché credono negli obiettivi aziendali e ne condividono i risultati, mentre i boss “nella media” pensano che la paura – di essere licenziati, ridicolizzati e di perdere dei privilegi – sia il modo più efficace di motivare la gente.

6. Cambiamento uguale crescita, non problema

I boss straordinari vedono il cambiamento come una parte inevitabile della vita, sanno che il successo di un’azienda dipende dalla sua capacità di sposare nuove idee e nuovi metodi, mentre quelli “nella media” temono il cambiamento e lo considerano pericoloso.

7. La tecnologia come empowerment e non come automazione

I boss straordinari vedono la tecnologia come un modo per sviluppare la creatività dell’uomo e creare relazioni migliori tra gli individui. Adattano i loro sistemi agli strumenti che la gente preferisce usare, come gli smartphone e i tablet, mentre quelli “nella media” concepiscono la tecnologia come un modo di rinforzare il controllo, e installano sistemi centralizzati che disumanizzano gli impiegati.

8. Il lavoro dovrebbe essere un divertimento, non una mera fatica

I boss straordinari vedono il lavoro come qualcosa che dovrebbe essere intrinsecamente piacevole e credono quindi che il compito più importante dei manager sia, per quanto possibile, assegnare le persone a dei  lavori che li rendano davvero felici, mentre quelli “nella media” credono che il lavoro sia, nel migliore dei casi, un male necessario che i loro impiegati preferirebbero evitare.

Trovate l’articolo originale a questo link segnalato da Linkedin http://www.inc.com/geoffrey-james/8-core-beliefs-of-extraordinary-bosses.html

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Il gergo aziendale come segnale di appartenenza

PC I diversi modi di dire grigio in Armani di cui parla Patrizia nel post “Saper interpretare lo spirito della marca “mi ricordano i quindici modi di chiamare la neve

degli eschimesi (c’è chi afferma siano addirittura 40) e mi fanno pensare a quanto sia importante imparare – in brevissimo tempo – il gergo aziendale, proprio come se fosse la lingua del paese nel quale ci si è trasferiti, come primo, inevitabile passaggio per assimilarne la cultura.

Per un comunicatore è ancora più difficile perché si troverà a parlare con tanti clienti diversi, ognuno con la sua terminologia particolare: con Telefunken e Samsung ho imparato che nel mondo dell’elettrodomestico si parla di bianco e bruno, in Lindt si passa invece dal quadrotto di Lindt Excellence alla boule di Lindor, in Barilla parlare di spaghetti non ha senso, si dice i n° 5, proprio come il profumo Chanel, mentre la bottiglietta in vetro originale dell’aranciata San Pellegrino è la clava.

In Luxottica mi hanno recentemente tirato le orecchie perché quelle dell’occhiale sono le aste, non le stanghette, ma non è nulla in confronto a quando ho chiamato scotch il nastro adesivo della Henkel, usando  il nome del principale concorrente. In Montblanc non si parla mai di penne, ma di strumenti di scrittura.

Non solo;  anche l’ortografia richiede precisione, se si vuole dimostrare di essere davvero interessati al cliente o all’azienda per la quale si fa un colloquio. Swarovski si scrive senza “y”, Illva ha due “l”, Kellogg’s due “g”, la margarina Valle’ ha l’apostrofo e non l’accento, la vodka Artic la “c” e non la “k”.

Se tutti sanno che il logo della Nike è il baffo (o swoosh a livello internazionale) , molti probabilmente ignorano che  il simbolo del logo Vodafone si chiama la goccia, e solo quelli della nostra generazione si ricordano il bambino che si leccava le dita alla fine delle pubblicità Invernizzi, rimasto nel logo, che si chiama il moretto, anche se è bianco.

Infine nominare la parola Amaretto in Illva potrebbe attirare sul vostro capo un fulmine divino: il celebre liquore si chiama ormai solo Disaronno.

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INTERVISTA A MISHA GAMBETTA, MARKETING MANAGER TURISMO SVIZZERO

PC Per la serie “Quelli che ce l’hanno fatta” intervistiamo oggi Misha Gambetta, un giovane talento che è stato mio studente più di dieci anni fa in Ied.Misha Gambetta

All’Istituto Europeo di Design è più facile conoscere personalmente gli studenti (in quello stesso periodo le lezioni in Iulm si svolgevano in aula magna con più di 400 studenti!) ma questo non vuol dire che tutti sappiano entrare davvero in relazione con te e dimostrare le loro capacità. Come è emerso anche nell’Indagine sulle Professioni di cui abbiamo parlato martedì, è davvero fondamentale che uno studente approfitti dell’iter scolastico per assorbire il più possibile dai suoi docenti in modo proattivo.

Misha aveva ben chiaro questo obiettivo già a 20 anni (“assorbire come una spugna il più grande numero di stimoli e input” è una delle frasi che mi piacciono di più della sua intervista), e non a caso l’ho segnalato per un stage in Young & Rubicam, che è stato l’inizio di una brillante carriera nell’ambito di diverse agenzie di comunicazione, sia  a Milano che a Zurigo,  per poi tornare recentemente a Milano, dov’è Marketing Manager del Turismo Svizzero.

Cominciamo innanzitutto a chiedere a Misha, che è di nazionalità svizzera ed è cresciuto nel Canton Ticino, che peso ha avuto nella sua carriera la disponibilità al trasferimento, che è una delle carenze riscontrate dalle imprese italiane nei giovani.

Misha Gambetta: Moltissimo! Quando mi sono diplomato non c’erano ancora università nel Canton Ticino, quindi avrei comunque dovuto andare a frequentare l’università lontano da casa. Ho scelto di farlo a Zurigo, dove ho frequentato Economia, ma proprio l’esame di marketing mi ha fatto capire che il mio vero interesse era per il marketing e la comunicazione. Non essendoci scuole con questo indirizzo in Svizzera, ho deciso di venire a Milano, a frequentare l’Istituto Europeo di Design. Dopo alcuni anni di lavoro in Italia sono quindi tornato a Zurigo, dove ero Account Director in un’agenzia che aveva una sede anche a Berlino, e seguivo clienti sia nazionali che internazionali. E ora, per il mio lavoro al Turismo Svizzero, ho sede a Milano ma vado spesso a Zurigo.

Trampolinodilancio: Perché pensi di essere stato scelto al tuo primo colloquio, cosa ha fatto la differenza?

Misha Gambetta: Durante l’ultimo anno di studi ho avuto la possibilità di fare colloqui in più agenzie pubblicitarie e ho così potuto “scegliere” il mio primo datore di lavoro. Per me era importante iniziare il mio percorso professionale in un’agenzia pubblicitaria internazionale. Sicuramente il fatto di conoscere cinque lingue ha giocato a mio favore. Certamente anche una grande determinazione.

Trampolinodilancio:  Cosa ti è servito di più nel primo anno di lavoro?

Misha Gambetta: Lavorare in una struttura con più di 200 dipendenti molto diversi l’uno dall’altro, con ruoli e gerarchie ben definiti è stato fondamentale nell’apprendere ad usare le parole e i modi più adatti ai fini di un lavoro di team  efficace. Inoltre gli ottimi tools messi a disposizione per le pianificazioni, i briefing, le strategie, le analisi impongono una certa disciplina e precisione e metodo.  

Trampolinodilancio:  Cosa vorresti aver studiato in più o di più nel tuo percorso scolastico?

Misha Gambetta: Storia dell’arte

Trampolinodilancio:  Cosa ti ha insegnato il capo che consideri tuo mentore?

Avendo cambiato più agenzie già durante i primi anni di lavoro sarebbe riduttivo limitarmi ad una sola persona. È stata una fortuna potermi confrontarmi sin dai primi anni con personalità molto diverse tra loro ma che in linea di massima mi hanno trasmesso gli stessi insegnamenti.

La prima regola, anche se forse può sembrare banale, è il buonsenso. Buonsenso da usare nel daily business, nei rapporti con i clienti, i partner e colleghi e nelle decisioni.

La seconda regola: essere coraggiosi, che per me è sinonimo di vedere il mondo da un’altra prospettiva.

La terza: essere curiosi – leggere, domandare, ascoltare, viaggiare.

Per riassumere: assorbire come una spugna il più grande numero di stimoli e input, andare oltre restando concreti.

 

 

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