Archivi categoria: Curriculum Vitae

Come fare carriera sulle ali della propria reputazione

PB Nel lavoro il modo di lasciarsi è spesso la premessa di come riprendersi.

Date per assodate le capacità tecniche (non c’è bisogno di leggere un blog di cucina per capire che, se si ha l’ambizione di fare lo chef, bisogna imparare a cucinare) il nostro comportamento durante i momenti salienti del lavoro in azienda (la prima settimana, le riunioni di lancio, le presentazioni e – sì, proprio così – gli ultimi giorni prima di cambiare lavoro) sono davvero indelebili nella memoria di chi poi, per tutta la vita, girerà mondo e aziende con una certa opinione di noi. E quella opinione divulgherà in modo più o meno consapevole, contribuendo alla nostra “reputazione”.

Ecco qualche esempio (vero) di buoni – relativamente alla reputazione professionale – e cattivi comportamenti.

1)      darsi malati. C’è una categoria di persone che per evitare una situazione di difficoltà (come i ragazzi che bigiano l’interrogazione) o per sottolineare la propria insoddisfazione (come quelli che non si presentano a una festa perché non condividono la lista degli invitati), quando c’è  un momento importante (riunione, presentazione, inaugurazione, cena di Natale, corso di formazione, viaggio all’estero…) si danno malati. Lasciando dietro di sé il triplice amaro sapore della menzogna (normalmente tutti sanno che la malattia è una scusa), della permalosità (non è venuta perché aveva il posto standing in sfilata anziché la poltrona in prima fila), della inaffidabilità (non ci si può contare, all’ultimo può dare forfait).

Un mio ex collega è stato a casa tre mesi in malattia per contrasti con l’azienda. L’azienda normalmente non si accorge di niente (è una entità astratta priva di sentimenti) , ma i colleghi lo hanno stramaledetto ogniqualvolta hanno dovuto fare il suo lavoro o si sono trovati nei pasticci perché nessuno aveva fatto, appunto, il suo lavoro. La sua reputazione è per me di totale inaffidabilità, indipendentemente dal fatto che le sue rivendicazioni fossero giuste.

Si sta a casa malati solo se si è veramente malati. E il giorno in cui si conta su di voi, ci si trascina anche sui gomiti.

Ricordo di una mia tragica presentazione: nuova collezione e nuova campagna pubblicitaria.  Forza vendite da tutto il mondo. E abominevole dissenteria. Ricordo di avere ingurgitato una scatola di Dissenten, di avere coperto il tragitto in automobile da casa all’ufficio con una salvietta da mare appoggiata sul sedile (ad evitare drammatiche complicazioni sull’auto aziendale), di avere mappato tutti i bar con bagno da via Lorenteggio a via  Borgonuovo. Chiaro che finito il mio speach mi sono precipitata a letto, con boule dell’acqua calda e piumotto. Al rinfresco nessuno ha notato la mia assenza, ma la presentazione è andata e io ho guadagnato gratitudine eterna dal mio capo.

2)      parlare la prima settimana . La prima settimana si parla solo se espressamente interrogati e si evitano soprattutto considerazioni sui massimi sistemi. La tentazione di dire qualcosa di memorabile è forte. Ma la probabilità di dire grandi sciocchezze dovrebbe frenare a nostra verve affabulatoria.

Recentemente una collega, appena arrivata per gestire il prodotto su un mercato estero, ha contestato una combinazione di colori, accampando una inidoneità culturale sul suo mercato. Peccato che quella non fosse “una” combinazione, ma “la” combinazione. Insomma come dire alla Ferrari di togliere il rosso dalla cartella colore.

La nuova arrivata ora non parte dal pian terreno, ma dalla cantina. Il Penthouse pare lontano.

3)      Tacere l’ultima settimana. Bisogna comportarsi come quando si chiude casa al mare: come se dovessimo ritornare la prossima estate.

Tutto, per quanto possibile, deve essere in ordine, chiuso e il passaggio di consegne deve essere generoso.

Alla fine di un rapporto di lavoro siamo i più esperti della nostra materia. Una parola in più, una certa generosità nel passaggio delle informazioni, sarà molto apprezzata da chi ci sostituirà e da chi è stato il nostro capo fino ad ieri.

Io sto per essere “lasciata” da un collaboratore che stimo molto. Detto collaboratore sta gestendo le sue ultime settimane cercando di fare il meglio perché il team non sia in difficoltà per la sua dipartita, perché questa collezione sia trattata con le cure che si dedicano a un neonato, non con la superficialità di un oggetto di transizione. Questo atteggiamento generoso e responsabile perpetuerà l’affettuoso rimpianto di lui. E aumenterà la sua buona reputazione.

Ho conosciuto colleghi che hanno chiuso con l’azienda lasciando gli ultimi lavori sbrindellati, listini senza coerenza, contratti ammaccati, ore di chiacchiere alla macchinetta del caffè ricordando aneddoti più o meno divertenti delle loro gesta passate. E lasciandosi alle spalle una pessima reputazione.

L’ultima settimana si parla molto. Ma non di noi, del lavoro che lasciamo, a memoria del nostro operato e della nostra professionalità.

Ripercorrendo la mia carriera, mi rendo conto di avere beneficiato spesso della mia buona reputazione: almeno tre delle aziende per le quali ho lavorato mi hanno cercata perché qualche mio ex capo o ex collega ha parlato positivamente di me. Un ex dirigente degli orologi mi ha assunta per i reggiseni, una ex collega della moda mi ha raccomandata per Armani, un ex capo di Armani mi ha consigliata per il tennis. E altrettanto ho sempre fatto io con chi ha lavorato bene con me, con chi ha sorriso la prima settimana, ha parlato l’ultimo mese e si è ammalato solo quando girava una micidiale influenza.

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , ,

Cercare lavoro è un lavoro vero e proprio. I suggerimenti del Monster University Tour

PC L’Università IULM di Milano ha ospitato una delle tappe del Monster University Tour, un incontro dedicato alla ricerca del lavoro nell’era di Internet, organizzato in collaborazione con Monster.it, leader mondiale nel favorire l’incontro tra persone e opportunità di lavoro.monster Abbiamo chiesto a Giovanna Landi, che sta facendo una tesi con me proprio sul personal branding, di partecipare e farci un riassunto di quanto emerso. Giovanna ha trovato molto utile l’incontro e ha deciso di condividere le indicazioni sotto forma di un piccolo vademecum.

Giovanna Landi: “Non è stato un seminario classico. La relatrice, Alessandra Lupinacci – laureata IULM e Marketing and Communication Specialist in Monster – più volte ha invitato noi partecipanti a metterci dall’altra parte della barricata. Molti gli spunti di riflessione su cui vale la pena soffermarsi da cui ho deciso di stilare un piccolo vademecum per la ricerca di lavoro:

  • Cercare lavoro è un lavoro vero e proprio. Non esiste il curriculum perfetto e in ogni caso non serve a trovare lavoro, l’unico scopo è di attirare l’attenzione di chi lo riceve al punto tale da farci ricontattare. Mettersi sempre nei panni del selezionatore e chiedersi “io mi chiamerei?”;
  • Stiamo facendo una ricerca su Google: arriviamo alla ventesima pagina di risultati, a meno che non siamo davvero disperati? No. Lo stesso vale per chi ci cerca su Internet. I criteri in base ai quali compaiono dei risultati prima di altri sono la pertinenza (uso delle keywords) e l’aggiornamento delle informazioni;
  • Il CV è un vero e proprio file e dobbiamo essere bravi a indicizzarlo bene se vogliamo essere trovati. Innanzitutto è da preferire sempre il formato PDF, poi, proviamo a pensare a due Marco Rossi, uno intitola il suo curriculum MarcoRossi.pdf e l’altro MarcoRossi-Laurea-Ingegneria-Milano.pdf. Chi ci seleziona non ci cerca attraverso il nome ma tramite tipo di laurea o zona geografica. Chi dei due Marco ha più possibilità di essere trovato? La risposta vien da sé;
  • Avere sempre un CV aggiornato, anche se negli ultimi mesi non abbiamo fatto nulla di nuovo, basta ricaricare il file e scrivere una frase che non è per niente banale “CV aggiornato a mese/anno”. Fa capire al selezionatore che il nostro CV non è inserito online e abbandonato lì;
  • Sono banditi tutti gli indirizzi e-mail diversi da nome.cognome, no nickname. Che credibilità ha un professionista che fornisce “biscottino/puffettino@hotmail.it”? Nessuna;
  • Avere massima reperibilità. Inserire un CV online equivale a dire “Mercato io sono qua, sono disponibile, quindi chiamami!”, se abbiamo degli orari preferiti in cui essere chiamati basta comunicarlo nel CV;
  • Partire dal presupposto che il selezionatore non ha tempo. Non allegare piani di studi al curriculum, non è la sede per essere prolissi altrimenti sembriamo “pesanti” e non in grado di comunicare nel più breve tempo possibile delle cose interessanti;
  • Le esperienze all’estero fanno schizzare in alto il CV. Inserirle anche se non abbiamo aderito a un progetto Leonardo o Erasmus e siamo partiti per conto nostro per imparare la lingua, facendo lavoretti non qualificati. Il selezionatore apprezzerà la capacità di metterci in gioco e l’“arte di arrangiarsi”;
  • Evitare espressioni standard: “sono un problem solver”, “sono un team player”, parliamo piuttosto di quello che abbiamo fatto, tipo progetti di gruppo nei quali abbiamo dimostrato di avere quelle competenze;
  • Hobby e interessi: è consigliato inserirli sempre nel CV. Spesso sono argomenti di discussione all’inizio o alla fine del colloquio;
  • Indicare tempi e disponibilità a iniziare il lavoro e segnalare eventuali disponibilità a trasferimenti su territorio nazionale e all’estero. Dove si inseriscono? Sotto le informazioni di contatto;
  • La fotografia: immaginiamo di fare una ricerca su Google perché dobbiamo affittare una stanza. Ci soffermiamo di più sugli annunci con la foto o senza foto? La foto è un elemento in più per parlare di noi, per restare impressi, la foto si piazza nel cervello, si ricorda. Secondo la Dottoressa Lupinacci la fototessera fa molto “santino” e raramente qualcuno si piace. Nella foto, dunque, dobbiamo essere professionali ma, soprattutto, piacerci perché quello che dobbiamo trasmettere è sicurezza e determinazione. Se mettiamo la foto nel CV ricordiamoci di stamparlo a colori;
  • Impostare la privacy sui Social Network. Su Facebook lasciare “visibile a tutti” solo la parte riguardante le informazioni, le cui sezioni ricordano un CV;
  • I nostri profili professionali non devono contenere informazioni discordanti: no foto diverse, no contatti diversi, no job title diverso;
  • Fare sempre la lettera di motivazione. Se si manda via e-mail non allegare mai due file altrimenti sembriamo “pesanti”. È preferibile scrivere la motivazione nel corpo della e-mail e allegare il CV. Ricordiamoci di intestarla sempre;
  • Mai andare impreparati al colloquio, il selezionatore si rende conto se siamo in grado di sostenere una conversazione . Acquisire informazioni sull’azienda (anche seguendole sui Social) e sull’attualità;
  • Prepararsi preventivamente a qualche domanda classica (“si descriva con 3 pregi e 3 difetti”, “come si vede tra 5anni?”) e alle domande killer (ci danno carta, penna e calcolatrice e ci chiedono “Secondo lei quante palline da tennis entrano in questa stanza?”. Non c’è una risposta, vogliono solo vedere la nostra reazione a una situazione di stress);
  • Non perdere mai l’occasione di fare delle domande durante il colloquio;
  • No alle stravaganze, sì alla sobrietà. No agli eccessi di scollatura, tacchi, eleganza, profumo o il contrario. Non masticare chewing-gum o caramelle e non fumare prima del colloquio. Controllare l’emotività, siamo lì per parlare di noi, non vi è nulla da temere;
  • Mettere sempre, anche sotto la firma delle e-mail, i link dei nostri profili professionali. Non sappiamo chi possiamo incontrare e se e quanto utile ci sarà quella persona, il professional social networking è proprio questo;
  • Non scoraggiarsi e non arrendersi davanti a un “NO” o un silenzio tombale.

A concludere l’incontro, l’intervento di Marco De Candido, Responsabile Orientamento Studenti, Stage & Placement dell’Università IULM: “Quando si parla di lavoro, si cerca di spammare i curricula, non c’è niente di più sbagliato. Dobbiamo capire quali sono le nostre unicità, riflettere su noi stessi, su cosa siamo portati, a prescindere dagli studi fatti, da quello che dicono amici e genitori; non omologhiamoci. Qual è la cosa più importante che l’azienda che incontra un candidato vuole essere sicura che il candidato abbia? 110 e lode? No, la motivazione ad esso”.

Grazie a Giovanna per questo vademecum, che ci ricorda che cercare lavoro è un lavoro vero e proprio e dà consigli in modo semplice e diretto su molti temi che abbiamo spesso trattato. Avete già provato ad applicare alcune di queste indicazioni? Ritenete che alcune  in particolare funzionino?

Contrassegnato da tag , , , , , , , ,

Da grande voglio fare il raccattapalle

PB La scorsa settimana io e Cristina, una mia collega, siamo andate a Wimbledon.

Arrivarci dall’aeroporto di Luton (che è un aeroporto di Londra solo per le compagnie low cost, perché in realtà è su Marte) è un calvario , ma poi per rientrare in città c’è il metro e è tutto più semplice e gradevole.

Di Wimbledon non mi sono rimaste particolarmente impresse le partite (non ero lì per la bella finale in cui Murray ha riportato gli onori della vittoria in Gran Bretagna dopo 77 anni) ma il magnifico, superbo contorno.

Proprio in quel tratto di strada che porta ai cancelli di ingresso, gli “Honorary Stuart” aiutano il pubblico che scorre numeroso a trovare il gate, ad attraversare le strade, a informarsi in caso di bisogno. Sono volontari così british che più british non si può, con un accento che neanche i maggiordomi della casa reale, selezionati tra migliaia di candidati, rinnovati di anno in anno (quello che ha aiutato noi era Honorary Stuart da 16 anni).

In quel momento ho pensato: da grande voglio fare l’Honorary Stuart!

Pranzato presso l’Hospitality di una grande agenzia americana di cui eravamo ospiti,dopo aver girovagato tra i campi minori, siamo finalmente andate nel centrale.

La coreografia e le cerimonie gestuali dei raccattapalle, quando entrano in campo, quando porgono la salvietta agli atleti, quando aprono i tubi nuovi e dispongono le palle come se fossero su un tavolo da biliardo. Quando corrono veloci e quasi senti il loro cuore battere, perché essere perfetti è la loro partita (sono ragazzini che hanno fatto selezioni e selezioni per arrivare a inginocchiarsi su quel tappeto verde) , allora in quel momento ho pensato: da piccola voglio fare il ballboy!

Verso il secondo pomeriggio è caduta una goccia di piogga. Mentre le atlete finivano il loro gioco, intorno al campo si sono assemblati una ventina di manutenori. Vestiti di verde e blu, parevano in assetto di guerra. Sul punto della Azarenka hanno invaso il prato. All’unisono hanno preso i teli. Due uomini hanno abbattuto la rete in un batter d’occhio.

Mentre la grande vela si stendeva sull’erba, il tetto del centrale si chiudeva.

A Roma il centrale non si può chiudere. Tanto non piove mai. L’anno scorso alla finale degli Internazionali sembrava di essere nella foresta pluviale. Quando i manutenori hanno coperto il campo (in terra rossa) c’era già un po’ di effetto sabbie mobili. Certo non c’erano “quelli di Wimbledon”.

Io settimana scorsa li ho visti, forti come soldati, armoniosi come ballerini, e ho pensato: da grande voglio fare il manutenore di Wimbledon !

Certo anche il tennis non era male, e le fragole con la panna so sweet, ma che spettacolo vedere i manutenori! Che commozione guardare i ball boys! Che ammirazione ascoltare gli Stuart!

(riflessione per il vostro futuro: meglio essere un superbo muratore che un mediocre architetto)

(ulteriore riflessione: andate a imparare laddove c’è l’eccellenza. Alla Scala per fare la costumista o il cantante d’opera, in Svizzera per fare l’orologiaio, in California per fare il surfista…)

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , ,

Miseria e Nobiltà: precaria di qualità

PB  Noi abbiamo un’amica, la Susi, che ha nel precariato una fede incrollabile.

Con intellettuale portamento  si destreggia, possibilmente malpagata, tra mestieri di ogni natura, preferibilmente avulsi dalla sua formazione.

Se sono stravaganti e un po’ masochisti, meglio.

In una formidabile gimcana tra ambizioni mal riposte , sogni spezzati, crisi economica, un caratterino che guai a dirglielo, un buon numero di filibustieri sulla sua strada (e un istinto per andarli a cercare) ha, dopo una laurea conseguita con lode, fatto i seguenti mestieri:

  • hostess      alle fiere (con piede che al mattino è un 37 e a sera è un 41, anche in      larghezza)
  • promotrice      di Limoncello al ristorante (il papà era nel ramo liquori)
  • account      in agenzia di pubblicità (propose per alcune linee di sanitari in ceramica      i nomi “chiasmo” e “sineddoche”: il cliente ancora la detesta abituato a vasca “Leda” e bidet “cigno”)
  • organizzatrice      di concerti hip hop (in quel periodo passò dalla gonna blu a piegoline al jeans lacerato con il chiodo)
  • speaker      ai concorsi di cavallo (la domenica me la immagino con il nastrino bianco delle scommesse come nella Stangata con Paul Newman)
  • PR      in azienda fashion (non seppe gestirle con il suo capo, che considerava un inetto, e se ne andò preferendo il solito filibustiere)
  • Organizzatrice      eventi per ottici al MIDO (ma la sua vera emancipazione la visse quando passò alle lenti a contatto: il disamore per il prodotto fu evidentemente percepito dai componenti l’associazione)
  • Insegnante      ripetizioni per materie che ha dimenticato e le tocca ripassare.

L’altro giorno ci siamo sentite. In questo periodo di crisi nera, le sue formidabili vicende professionali si esprimono al meglio: è entrata in una pizzeria che cercava una “ragazza” che servisse ai tavoli. Periodo di prova 2 settimane a 4 euro all’ora (negoziate con un colpo di reni a 5 euro dato che si trattava di un nero che più nero non si può).

Il locale era  in linea con la retribuzione: location periferica, menu dozzinale, clienti latitanti. Forse una cameriera laureata, con inglese e francese fluenti (le numerose vacanze all’estero in tempi più floridi e il diploma alla Sorbona garantiscono) automunita, di aspetto gradevole poteva dare un po’ di lustro al locale e garantire a Susi una stabile e allegra professione tra capricciose e margherite.

Finita la prova (ci siamo skipate l’altro giorno) è stata lasciata a casa. Hanno preferito un’altra ragazza perché sapeva portare più piatti contemporaneamente.

A parte che dovrei pagare un fee a Susi su questo post (quando mi ha raccontato della pizzeria mi sono sbellicata dalle risate), ormai lei è diventata il nostro Marchio della precarietà.

Un consiglio: se dovete per forza essere precari, fatelo almeno come la Susi: stravaganti, creativi, improbabili, divertenti.

Contrassegnato da tag , ,

Mamma che paura!

PB   L’altra settimana Paola era alla ricerca , per una azienda importante di largo consumo, di un candidato per uno stage all’estero.

Contattati tre o quattro validi talenti tra i ragazzotti che ci capitano tra le mani (un po’ come Raffa a “The Voice”), in alcuni casi un sano terrore (Estero?! Mi sono appena fidanzata!) ha pervaso le risposte.

Avere paura è normale: io ho avuto un sacco di volte paura. Semplicemente dobbiamo sopportarla, esorcizzarla, camuffarla e soprattutto non rinunciare mai a fare qualcosa per colpa della paura.

La cosa più difficile che abbia mai fatto nella mia vita è stata prendere la patente (più dell’esame di latino con Cavaioni con traduzione di Tacito a vista).

Come si usava negli anni ’80, un affabile papà (con bava alla bocca e ghigno sardonico) mi urlava di schiacciare l’acceleratore (io effettivamente ero dinamica come un bradipo) anziché svernare all’uscita di un incrocio o nel parcheggio della Metro.

Quando lo ho poi schiacciato (troppo, evidentemente) mi sono schiantata contro un marciapiede (curva a destra) disintegrando due gomme (mio papà aveva la jeep Campagnola).

Quando ho avuto più paura di mio padre che della macchina (la questione delle gomme aveva reso meno gradevoli le lezioni) ho finalmente ottenuto la patente. Ho fatto l’esame con una 126 bianca e in riserva (si chiamava UGO, la 126) ed era il 1984, l’anno del nevone. Ho avuto più paura di rimanere senza benzina nel mezzo dell’esame che della neve (che in ogni modo è entrata, quell’anno, nella storia della protezione civile di Milano e per sempre nei miei incubi).

Ora ho la patente e non amo guidare (superare è rimasta per me una procedura piuttosto impegnativa, odio la Tangenziale, benedico la marcia automatica, non riconosco la mia automobile se non dal colore) ma faccio 40.000 km all’anno per andare a lavorare. E non potrei scrivere questo blog (cioè avere accumulato l’esperienza per scriverlo) se non avessi preso la patente (Dolce&Gabbana tra Milano a Legnano, Armani tra Como e Milano, Chantelle in via dei Missaglia, Tacchini a Novara).

Un’altra cosa di cui ho sempre avuto timore è passare pranzi e cene al ristorante da sola o con persone che non sono miei amici (per me la “cena di lavoro” è peggio della ceretta). Ma dopo aver mangiato camambert e baguette  in albergo da sola per troppe volte, ho deciso che era meglio vincere quel momento atroce in cui il cameriere ti chiede se sei sola (si, vabbé e allora?) e ti fa attraversare tutta la sala per posizionarti nel tavolino in fondo, ma poi mangiare l’anatra all’arancia in compagnia di un buon libro.

Paura di volare (che brutti i primi dieci minuti in cui si tappano le orecchie!), paura del traghetto (io sto seduta sui cassoni dei salvagente anche se vado all’Elba, e ben prima del naufragio Costa Concordia) , paura della moto (e se mi addormento mentre Erri curva?), paura del freddo (quando le dita della mano destra perdono sensibilità), paura della seggiovia (la odio, la odio: e se scivolo priva di sensi mentre è a 300 metri di altezza?), paura di sorpassare (a volte dietro una bisarca posso passare dei quarti d’ora a pianificare il momento buono per mettere la freccia), paura del dolore (no, non lo reggo), paura dei farmaci contro il dolore (e se mi viene uno shock anafilattico?), paura della solitudine (mai in una casa isolata, piuttosto vivere in un sottoscala affollato), paura della folla (durante i concerti a San Siro quando tutti vogliono il bis io voglio uscire e Erri vuole divorziare), paura di nuotare dove non tocco (se mi viene una congestione?), paura di tuffarmi dove tocco (se mi rompo l’osso del collo?)

In questa mia vita sprezzante del pericolo, ringrazio tutti quelli che mi hanno obbligato a fare qualcosa di cui avevo paura. Ringrazio anche l’imbarazzo , peggiore della paura, di ammettere che avevo paura.

Rendo noto per altro che sopravvivo allegramente (piena di amuleti, esorcismi, trucchi, superstizioni, riti magici e paure) e guido tutti i giorni, nuoto tutti i sabati, scio tutti gli inverni, volo tutti i mesi, prendo il traghetto d’estate, vivo in una casa poco isolata e poco affollata, quando ho il mal di testa prendo l’Aulin e al mare nuoto dove non tocco, ma parallelamente alla costa.

Che bello vincere la paura!

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , ,

Buon Compleanno Trampolino!

PB E’ passato un anno da quando io e Paola abbiamo aperto Trampolinodilancio.

Era il marzo 2012 e Trampolino è stata una occasione per vederci di giorno (io e Paola viviamo lontane, lavoriamo come muletti, ci vediamo solo di sera con le amiche una volta al mese per cena e chiacchiere). Ci siamo viste con la luce del sole perché abbiamo dovuto fare una foto insieme per il blog: l’ultima, con solo noi due riconoscibili, era su una nave per la Grecia, circa 20 anni fa. Carina ma poco professionale. E la camicia bianca non sapevamo neanche cosa fosse.
E’ stata una scusa per sentirci quattro volte a settimana per le riunioni di redazione.
E’ stata una scusa per scrivere – mia passione da sempre – e per rinfrescare i nostri contatti professionali – impegno da sempre di Paola.

Gli effetti collaterali sono stati però di grande soddisfazione.

Eccone un piccolo resoconto:

In un anno abbiamo avuto 45.000 visite. Dall’Italia naturalmente, ma anche dal Regno Unito, dalla Svizzera, dagli Stati Uniti, dalla Francia. Figli dell’Erasmus che si preparano al rientro? Transfughi lavapiatti che perfezionano la lingua in attesa di un posto da General Manager in Italia?
Sui 46 che ci hanno cercato dall’India abbiamo una teoria che ha a che fare con la Dea Kalì (usata come illustrazione in un post sul presunto multitasking al femminile qualche mese fa).

Al di là di chi entra nel blog digitando il nome di Trampolinodilancio (e sono la maggior parte, a prova del fatto che cominciamo a godere di una certa notorietà), dobbiamo ringraziare i personaggi che abbiamo intervistato e che non sono parsi speciali solo a noi (Simona Baroni, Massimo Costa, Elio Fiorucci,  Stefano Battioni, Camillo Mazzola, Maurizio Sala, Marco Lombardi…) se tanti li ricercano su Google.
Ma soprattutto abbiamo catturato i tanti che cercano in rete consigli pratici su come cavarsela per trovare un lavoro: tra le frasi più ricercate nei motori di ricerca ci sono state “colloquio via Skype”, “meeting report”, “lettera di presentazione”, “intestazione lettera motivazionale”, “domande da fare”, “domande da non fare”.

Abbiamo pubblicato molti commenti (grazie a Giulia, Susi, Giuseppe, Filippo, Alessandra) e altri ci hanno chiesto approfondimenti e consigli in privato.
Siamo riuscite a scatenare dibattiti e discussioni con alcuni post caldi, come quello sul profilo linkedin o sull’approccio durante un colloquio.

Abbiamo cercato di essere concrete e leggere, serie e divertenti.

Ora compiamo un anno. Ai 45.000 che ci hanno letto, offriamo una virtuale coppa di Champagne.

Auguri a Trampolino e a tutti quelli che ci sono saliti, perché volino lontano.

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , ,

Benvenuti al sud

PB Lunedì scorso, per lavoro, sono andata in Puglia.File:Cattedrale di Trani.JPG

Per una volta non a vedere negozi e ipotizzare sbocchi di mercato, ma a vedere la produzione, laddove i capi che poi si vedono in scintillanti vetrine , si immaginano come astratti grafismi (disegnati sul cartamodello) , si tagliano ( in materassi di tessuto stesi su un tavolo lunghissimo) , si confezionano.

Poco palcoscenico e molti camici azzurri per chi è addetto alla produzione.

Io adoro il dietro le quinte. Mi piace vedere il disegno che esce dal CAD. Per la prima volta ho visto come si tagliano i tessuti tubolari (quelli senza cuciture) e ho capito perché è necessario per questi capi che la produzione sia numericamente importante: qui le fustelle sono sculture in metallo, che cambiano per ogni modello e ogni taglia!

Ho trovato una azienda piuttosto orgogliosa della propria qualità, con molte persone giovani al lavoro. La scelta infatti dell’imprenditore, non essendoci grandi aziende simili nella zona a cui “rubare competenze”, è di scegliere collaboratori giovani da formare e poi tenere in azienda

Pranzo a Trani (cittadina bellissima che non avevo mai visitato). Al tavolo di fianco al nostro sedeva un viso noto: un mio ex stagista in Dolce&Gabbana , evidentemente soddisfatto manager dell’Agroalimentare (ricordate il post di Paola sulle prospettive nell’agroalimentare? Rileggetevi il post del 22 novembre sui giovani poco choosy e molto interessati all’agricoltura)

Riporto dal mio lunedì pugliese (oltre a una certa dose di stanchezza derivata dal decollare da Malpensa alle 7,25 del mattino e riatterrarvi la sera stessa alle 22,40) le seguenti considerazioni:

–          se riuscite a scegliere andate a lavorare in una azienda che abbia voglia, energia per formarvi.

–          puntate su quello che è maggiormente valido in Italia e non trascurate il settore agroalimentare: l’eccellenza italiana è nella moda, nel design, nella cultura, nel turismo e, appunto, nell’agroalimentare

–          Il lavoro consente di vedere , fare cose che altrimenti non si farebbero. E non si tratta solo di disponibilità economica: chi penserebbe mai di fare una vacanza nella sala taglio di una azienda di underwear?  Eppure a me è piaciuta più degli ipogei di Canosa di Puglia!

–          Il lavoro, anche se faticoso, offre spesso, oltre che un salutare salario, la possibilità di vedere il nostro paese con occhi diversi e di scoprire realtà operose e bellissime tra gli ulivi e il mare.

Io ho poi scoperto che se un mio stagista è già un affermato manager devo immediatamente acquistare una buona crema antirughe. Ma questo per il momento non è un vostro problema.

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , ,

La manutenzione: dai muscoli, passando per gli affetti, finendo nelle relazioni professionali

PB  Da qualche tempo in ufficio, abbiamo deciso che a pranzo si va in trattoria (il bar ci ha stufato) e soprattutto che ci si va a piedi. 20 minuti per andare. 20 minuti per tornare.

Esigenza partita dal desiderio di sgranchirsi le articolazioni stanche di troppa scrivania e di rientrare nella taglia di campionario dopo le intemperanze natalizie.

Gli effetti collaterali sono stati un approfondimento delle relazioni (40 minuti a piedi tutti i giorni ti fanno scoprire che la fidanzata dello stilista si occupa di food design, che la responsabile della comunicazione fa nordic walking, che il direttore amministrativo ha il sogno segreto di aprire un vivaio).

Così, tra ginnastica e conversazione, abbiamo fatto alcune riflessioni sul concetto di manutenzione.

Manutenzione degli oggetti (come lavare a mano il proprio pullover preferito o riparare in garage una Ducati Scrambler) o degli affetti (come avvisare se si arriva tardi, chiedere scusa se serve, fare una telefonata o un sorriso al di là dal superminimo a chi si ama).

Il principio è lo stesso per le proprie relazioni e le proprie competenze professionali

La manutenzione delle relazioni professionali

Non perdiamo di vista i professori che abbiamo stimato o i professionisti che ci hanno aiutato: teniamoli informati dei nostri progressi, teniamoci informati delle loro pubblicazioni e della loro carriera (per me il prof Bosisio dell’università, la Colavito di Manager Italia).

Teniamo d’occhio i colleghi o i collaboratori con i quali abbiamo costruito progetti, raggiunto risultati, che ci hanno insegnato un lavoro (per me la Marabini del commerciale di Armani, la Cicero dell’ufficio stile, la Carpaneto che è già comparsa sul Blog, l’infaticabile Simoni, la Robi Milan che mi ha iniziato alle pv…)

Sentiamo i capi che abbiamo stimato, che ci hanno stimato (per me la rossa  Ghisla in Chantelle, l’anglosassone Crespi in Dolce&Gabbana, il mitico Ing. Fantò in Armani)

Teniamo i contatti dei fornitori migliori, delle agenzie più interessanti, della aziende più vivaci con le quali siamo entrati in contatto.

La manutenzione delle competenze

Se abbiamo un talento o la sorte ci porta a dedicarci a un argomento che riteniamo di buon potenziale e che sentiamo nelle nostre corde, non accontentiamoci della sufficienza. Diventare un esperto, un punto di riferimento per un settore specifico, può diventare una carta preziosa da giocare per essere preferiti ad altri candidati nel momento del confronto. Quindi teniamoci aggiornati e allenati, facciamo manutenzione delle nostre competenze (linguistiche, tecniche o relazionali che siano).

Paola, la mia co blogger, sa bene che (per diventare esperti di bambini) si può cominciare come ricercatrice in università (il suo lavoro si trova ne  “Il dolce tuono” di Marco Lombardi), passare per una azienda di giocattoli, continuare facendo un bambino, poi la rappresentante di classe del bambino medesimo ed infine essere scelti da una agenzia che tra Arte e Comunicazione fa progetti per le scuole.

In ogni modo,  non multa sed multum (non molte cose, ma molto bene): tenete da conto e fate lavoro di manutenzione  solo per  gli argomenti (e le persone) più preziose. Come per gli affetti: la manutenzione non è per tutti quelli che conosciamo ma solo per gli amici del cuore.

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Profilo Linkedin: ecco cosa pensa un cacciatore di teste

PB  Ho recentemente incontrato un Head Hunter con cui avevo avuto a che fare diversi anni fa. Allora ero giovane, bionda (?!) e all’inizio della mia carriera.

Monica Boselli (questo il nome della “cacciatrice di teste”) mi aveva portato da un’Azienda di Lingerie a una Maison di Moda.

Come quando si parla di primo amore e di esperienze indimenticabili  (entravo grazie a lei nel luminoso mondo del fashion show) avevo conservato un ricordo affettuoso di MB Research (che nel frattempo ha cambiato il suo indirizzo ma non il suo stile elegante e riservato).

In coda alla nostra chiacchierata, le ho chiesto, per Trampolinodilancio, un parere da professionista a proposito della redazione del profilo di Linkedin.

Mi ha dato un paio di dritte molto preziose che vorrei girarvi.

  • L’obiettivo del profilo è di ottenere un colloquio.
  • Per ottenere un colloquio bisogna entrare nelle selezioni dei ricercatori (che siano Società dedicate alla ricerca del personale o l’Ufficio Risorse Umane di un’Azienda)
  • Per entrare nelle selezioni ed essere inseriti nella rosa dei candidati, bisogna inserire le parole chiave con cui supponiamo un ricercatore conduca la sua indagine (per esempio Marketing Apparel o Media Planner o Shoes Designer)

Insomma l’esperto ci dice che, sul profilo di Linkedin, è meglio scrivere “MODA” che fare un profilo di moda e scrivere “CREATIVO” piuttosto che essere creativi

Dobbiamo farci rintracciare facilmente in quello straordinario ma infinito database che è Linkedin.

Un profilo troppo lungo, troppo complesso, rischia di non essere letto: cerchiamo di essere facili e semplici per chi ci deve cercare (una giornata su Linkedin può essere di una noia mortale: rendiamo la vita facile a chi ci deve trovare e seminiamo espliciti indizi per la sua indagine).

Poi siamo unici, speciali e irrinunciabili durante il colloquio: è lì infatti che si faranno i giochi e dove dovrà emergere carattere, professionalità, competenza, creatività.

Grazie a Monica Boselli per i suoi consigli (uno di questi giorni vado nel mio profilo e faccio un paio di modifiche)

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , ,

Linkedin: (controverse) istruzioni per l’uso

PB  Caspita, il post di Paola a proposito dell’uso di Linkedin ha creato, intorno al blog, un vero vespaio.

Io e Paola abbiamo passato diverse mezz’ore al telefono, nei nostri viaggi da pendolari con auricolare, o su Skype per scambiarci sensazioni e pareri a proposito dei commenti al post.

Ne abbiamo avuti un paio piuttosto severi, molto critici nei confronti del profilo di Catalina che Trampolino ha giudicato fresco e diretto e che  Matteo e Fabio (due contatti di Paola che lavorano nel Marketing) hanno trovato poco professionale e poco orientato al business.

La critica a mio parere non è del tutto fuori luogo: il profilo di Linkedin è un curriculum vitae, non il palcoscenico per un provino.

Ma è pur vero che per valutare un candidato non tutti i mezzi sono uguali: per uno stilista io guardo il book dei disegni, per una modella il composit, per un Marketing Manager le aziende dove si è formato e i prodotti di cui si è occupato.

Per chi ha un curriculum molto snello alle spalle, cioè per i ragazzi che iniziano a lavorare, è difficile descrivere una carriera (a parte quella scolastica) che sostanzialmente non esiste. Molto meglio allora, tentare di trasmettere in modo efficace la propria personalità.

Il profilo di Catalina, che ama i gatti con il naso rosa, non avrà più senso tra cinque anni, quando potrà mettere nel suo profilo il suo curriculum professionale. La sua creatività e la sua unicità non saranno più solo intuibili dal suo stile, ma dai progetti di comunicazione ai quali avrà lavorato.

Per essere più chiari: è irrilevante che le piaccia il calcio (se avesse amato il tennis non sarebbe stato molto diverso) o i gatti. Si capisce qualche cosa di lei da come lo ha scritto.

Ha parlato direttamente a chi leggeva di lei ( If you are here, that means you want to know about me…so let me sum it up”), creando immediatamente una relazione senza intermediari. E’ stata elegante e musicale nella scelta degli argomenti. Ha trasmesso la sua internazionalità (“I was born in Colombia and lived in Bogotá, Miami, New Jersey, Milan and now Lisbon. I’m 24 years old”) , è stata seduttiva.

Insomma, una buona comunicatrice, non una buona cuoca (nonostante dica di amare il cibo speziato): per una che vuole lavorare nella comunicazione non mi pare male.

Alla fine, quello che salverei della vicenda per rendere più efficace il vostro profilo Linkedin è:

–          siate  sinceri (se in realtà Catalina avesse paura di viaggiare e fosse una introversa che si è fatta scrivere il profilo da un copy, sarebbe un guaio)

–          siate  originali, ma non fate “gli originali” (nessuno ha voglia di stravaganza gratuita, né della stonata sensazione che il vostro stile non sia farina del vostro sacco)

–          ponete l’accento sulla vostra personalità solo fino a che non potrete ancora porre l’accento sui vostri trascorsi professionali: questo profilo sarebbe inadeguato  per un professionista di 35 anni

–          pensate sempre empaticamente a chi volete sedurre professionalmente: uno spiccato senso della comunicazione piacerà a un Direttore Creativo più che a un Primario di Chirurgia: se volete fare la ferrista in sala operatoria puntate su sangue freddo e manualità dato che l’oggetto del vostro lavoro nella maggior parte dei casi starà dormendo e non sarà interessato alla vostra conversazione.

Grazie a Matteo e Fabio per i loro commenti, severi e costruttivi. Approfondiremo l’argomento e verificheremo le nostre opinioni con un paio di addetti ai lavori a cui abbiamo chiesto un parere. Ma voi che ne pensate?

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , ,