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Miseria e Nobiltà: precaria di qualità

PB  Noi abbiamo un’amica, la Susi, che ha nel precariato una fede incrollabile.

Con intellettuale portamento  si destreggia, possibilmente malpagata, tra mestieri di ogni natura, preferibilmente avulsi dalla sua formazione.

Se sono stravaganti e un po’ masochisti, meglio.

In una formidabile gimcana tra ambizioni mal riposte , sogni spezzati, crisi economica, un caratterino che guai a dirglielo, un buon numero di filibustieri sulla sua strada (e un istinto per andarli a cercare) ha, dopo una laurea conseguita con lode, fatto i seguenti mestieri:

  • hostess      alle fiere (con piede che al mattino è un 37 e a sera è un 41, anche in      larghezza)
  • promotrice      di Limoncello al ristorante (il papà era nel ramo liquori)
  • account      in agenzia di pubblicità (propose per alcune linee di sanitari in ceramica      i nomi “chiasmo” e “sineddoche”: il cliente ancora la detesta abituato a vasca “Leda” e bidet “cigno”)
  • organizzatrice      di concerti hip hop (in quel periodo passò dalla gonna blu a piegoline al jeans lacerato con il chiodo)
  • speaker      ai concorsi di cavallo (la domenica me la immagino con il nastrino bianco delle scommesse come nella Stangata con Paul Newman)
  • PR      in azienda fashion (non seppe gestirle con il suo capo, che considerava un inetto, e se ne andò preferendo il solito filibustiere)
  • Organizzatrice      eventi per ottici al MIDO (ma la sua vera emancipazione la visse quando passò alle lenti a contatto: il disamore per il prodotto fu evidentemente percepito dai componenti l’associazione)
  • Insegnante      ripetizioni per materie che ha dimenticato e le tocca ripassare.

L’altro giorno ci siamo sentite. In questo periodo di crisi nera, le sue formidabili vicende professionali si esprimono al meglio: è entrata in una pizzeria che cercava una “ragazza” che servisse ai tavoli. Periodo di prova 2 settimane a 4 euro all’ora (negoziate con un colpo di reni a 5 euro dato che si trattava di un nero che più nero non si può).

Il locale era  in linea con la retribuzione: location periferica, menu dozzinale, clienti latitanti. Forse una cameriera laureata, con inglese e francese fluenti (le numerose vacanze all’estero in tempi più floridi e il diploma alla Sorbona garantiscono) automunita, di aspetto gradevole poteva dare un po’ di lustro al locale e garantire a Susi una stabile e allegra professione tra capricciose e margherite.

Finita la prova (ci siamo skipate l’altro giorno) è stata lasciata a casa. Hanno preferito un’altra ragazza perché sapeva portare più piatti contemporaneamente.

A parte che dovrei pagare un fee a Susi su questo post (quando mi ha raccontato della pizzeria mi sono sbellicata dalle risate), ormai lei è diventata il nostro Marchio della precarietà.

Un consiglio: se dovete per forza essere precari, fatelo almeno come la Susi: stravaganti, creativi, improbabili, divertenti.

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