Alcune indicazioni sulle professioni digitali più richieste

PC Il 18 Giugno lo IED Management e Comunicazione ha organizzato DIGITAL JOBBING, una tavola rotonda per fare un focus sulle professioni più richieste nel mondo digital. Abbiamo chiesto a Matteo Sarzana, General Manager @Zooppa, che ne era il moderatore, quali sono queste professioni.

Matteo Sarzana: “Oltre alle professioni solite come social media manager, community manager e content manager è
interessante lo spunto sull’experience designer. Un professionista in grado di disegnare l’esperienza di marca a prescindere dal media.”
Avremo modo di parlarne da ottobre nel nuovo corso, Creative Lab, di cui sono co-titolare con Marco Lombardi, al quale collaborerà anche Matteo.

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Una chiave per aprire il mondo della comunicazione

PC Da anni i testi di Marco Lombardi che usiamo in università aiutano i giovani talenti a entrare formati e preparati nel mondo della comunicazione. Da oggi però l’aiuto che lo studio di questi libri fornisce diventa un’opportunità concreta di farsi conoscere e dimostrare il proprio talento. Infatti acquistando la nuova edizione di La strategia in pubblicità e La creatività in pubblicità c’è la possibilità di fare un colloquio con professionisti di WPP, il più grande gruppo di comunicazione del mondo.

Marco Lombardi

Marco Lombardi

Il tutto avviene in modo semplice: da giugno 2015 a giugno 2016 chi acquista o ha acquistato uno di questi libri per studiarci ha anche l’opportunità di richiedere un colloquio con un direttore creativo o con un manager di WPP, il più grande gruppo al mondo di comunicazione integrata, a cui fanno capo in Italia più di 50 società in 8 diverse discipline : Advertising (Grey United, JWT, Ogilvy, Y&R Group, Red Cell e altre), PR (Burson Marsteller, Hill & Knowlton e altre), Media (Group M, Mec, Mindshare e altre), Healthcare (Sudler & Hennessey, Intramed e altre), Consumer Insight (Millward Brown, TNS e altre), Branding & Identity (Landor e altre), Direct, Promotion & Relationship Marketing (LGM, Wunderman e altre), Digital (H Art, VML e altre). È  il gruppo dove Marco Lombardi ha trascorso tutta la sua carriera (è tuttora presidente di Young & Rubicam) e dove abbiamo avuto modo di lavorare per anni insieme.

Questa opportunità è annunciata direttamente sulla copertina dei due libri di Marco Lombardi con un talloncino giallo che rinvia ad una pagina interna dove si spiega come procedere: basta inviare una email, compilare una scheda e aspettare di essere chiamati (ci si deve poi presentare al colloquio con il libro). La proposta è presentata anche nel sito di FrancoAngeli http://www.francoangeli.it nelle pagine dedicate ai due libri di Marco Lombardi: qui http://bit.ly/1f2elrF e qui http://bit.ly/1I0ZFQm

creat nuova“Questa iniziativa – ci spiega Marco Lombardi  – nasce dalla consapevolezza che nel mondo della comunicazione, alle generali difficoltà connesse con i disinvestimenti post 2008, si unisce una particolare difficoltà per un giovane nel farsi conoscere, nell’accedere a un colloquio con i professionisti di alto livello, per un orientamento, una valutazione e un eventuale ingresso.”

L’intento dei promotori – l’editore FrancoAngeli e WPP – è quindi in primo luogo quello di contribuire a mettere in contatto il mondo delle professioni con quello dei giovani che aspirano ad entrarvi; in secondo luogo di sottolineare l’idea che il libro e il suo studio siano ancora la chiave privilegiata d’accesso per entrare nel mondo del lavoro: una conferma concreta del fatto che se si sviluppa l’apprendimento si trovano anche le opportunità di lavoro.

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Di quanto convenga ogni tanto alzare la testa dalla scrivania.

PB Nell’ ultimo mese, per una serie di motivi personali e professionali, son stata un po’ in giro. Ho guardato poco la posta e molto la vita.

  •  è stato il mio compleanno. Per tradizione io e la mia gemella – ça va sans dir: è anche il suo compleanno – a maggio ci regaliamo una giornata da turiste nella nostra città. Sostanzialmente sfioriamo luoghi dove viviamo e lavoriamo ogni giorno , ma cambiamo orari e occhi. Portando a riparare una mia borsa nel negozio di Dolce&Gabbana di via della Spiga abbiamo scoperto che hanno il calzolaio interno. Bello. Il calzolaio, intendo. E lo spuntino all’orto botanico di Brera (si entra dall’Accademia, l’orto è lì dal 1700 e non lo avevo mai visto) è stato un incanto.
  • Sono andata, in un giorno di sole, al lavoro in bicicletta (22 km) mettendoci quasi lo stesso tempo che nell’ora di punta impiego con l’automobile. Con aumento di consumo calorico (il giro vita mi è grato per l’iniziativa), di produzione di endorfine (i miei collaboratori sono contenti anche loro) , di visione della città (l’alzaia del Naviglio: una palestra en plein air; i lavori sulla Darsena: finiti; i canottieri che vogano sull’acqua: una delizia per gli occhi)
  • Sono andata a Parigi e tra un impegno e l’altro ho visitato l’Opera Garnier (che era vicino all’hotel) con il bellissimo soffitto di Chagall, il palco n°5 – quello del fantasma dell’Opera – le prove (gli orchestrali stavano accordando gli strumenti proprio mentre siamo entrati) e un book shop meraviglioso per l’assortimento di libri , dischi, spartiti e per il merchandising scintillante (anche un po’ commovente con le coroncine di piume, i tutù, le ballerine con le punte…), zero chincaglieria.
  • Ho visto il tennis a Roland Garros, il tempio della terra rossa. Sotto la Tour Eiffel una palla da tennis gigante, ché tutta la città è coinvolta. Nelle vetrine dei negozi i riferimenti al torneo. Visitando il villaggio Hospitality , ho visto lo stand di FEDEX, dove lavora un’amica, costruito come se fosse la cabina di un aereo, compreso il carrello delle bibite e i finestrini alle pareti: una elegante e giocosa festa dello sport, dove gli spettatori rimangono a bocca aperta quando si apre il sipario. E si sentono appagati e allegri, colmi di buone sensazioni quando il giorno si chiude e si torna a casa più ricchi di prima, defluendo tranquilli tra sconosciuti che hanno qualcosa in comune con te.
  • Ho visto la tele in albergo dove un tale spiegava la sua App in grado di mettere in contatto, nel suo quartiere, quelli disposti a prestarsi oggetti indispensabili ma dall’uso saltuario (trapano, scala telescopica, decespugliatore) con il vantaggio di spendere meno, consumare meno e tessere nuove relazioni con il vicinato.
  • In aeroporto pianoforti a disposizione degli avventori mi hanno reso l’attesa all’imbarco molto gradevole, dato che un giovane pianista ha approfittato dello strumento. Sulla rivista Parisworldwide, che sfogliavo ascoltando il pianista, ho visto la pubblicità di un sito (dayuse.com) che offre camere di hotel durante il giorno. Per fare una doccia o una siesta  (o l’amore?) nei migliori alberghi della città mentre brilla il sole, con il 75% di sconto rispetto al costo della notte.

Questi pochi giorni  fuori dalla routine, con zero stress e molti momenti apparentemente improduttivi (aspettare un volo, girare per negozi, vedere un match di tennis, pedalare sul Naviglio, entrare in un teatro durante le prove) sono indispensabili e molto fruttiferi per renderci creativi ed efficaci quando torniamo in circolo. A volte basta solo cambiare punto di osservazione per avere uno sguardo nuovo sulle cose: – provate a fare il tragitto casa-lavoro con un mezzo diverso, in un momento diverso, con occhi diversi. – prendete nota delle cose curiose, interessanti che vi capita d osservare, anche se apparentemente non paiono avere un uso immediato: dal foyer di un teatro può venirvi l’idea per una iniziativa con i clienti. – non sentitevi in colpa se, anche per lavoro, vi capita di divertirvi: a volte succede. – il relax non è necessariamente solo sul divano: trovate il tempo di bighellonare, di buttarvi laddove è la vita, di uscire con una scusa ma senza un piano preciso e il vostro orizzonte si aprirà ben oltre il coffee table.

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Rivalutare l’artigianato come sbocco lavorativo. Intervista a Francesco Cordani di Samsung

PC Questo blog nasce per dare consigli ai giovani talenti che vogliono lavorare nel marketing e nella comunicazione perché questo è quello che Patrizia e io ci sentiamo di poter offrire: dopo aver accarezzato durante l’adolescenza l’idea di fare le scrittrici o le traduttrici, motivate da un’insaziabile passione per la lettura, ci siamo infatti entrambe innamorate del mondo delle merci e delle logiche sottostanti.

Questo non toglie che a più riprese non si sia affascinate da altri ambiti dove le capacità individuali e l’entusiasmo si combinano con la manualità: mi riferisco ai mestieri artigianali che sono alla base di gran parte delle eccellenze italiane.

Come vi abbiamo anticipato c’è una tendenza in atto – partita negli Stati Uniti (dove li chiamano makers) – a rivalutare l’artigianato che diventa, anche attraverso l’innovazione tecnologica, uno sbocco nuovo e interessante per i giovani e i non più giovani che vogliono o devono reinventarsi un lavoro. A questo proposito abbiamo chiesto a Francesco Cordani, ideatore e responsabile marketing e comunicazione in Samsung di  Maestros Academy di raccontarci questo bellissimo progetto, che nasce con l’obiettivo di “Tramandare i segreti dei grandi maestri, per lanciare i talenti artigiani di domani.”

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I speak Italian

PC Dopo che anche la diretta televisiva di Rai 1 sull’apertura evento più nazionalpopolare dell’anno -l’Expo2015 – è stata infarcita da inutili inglesismi (l’ho trovato gratuito e sgradevole, pensando all’audience, ops, ai telespettatori della rete) ho chiesto di scrivere un pezzo sull’argomento a Alessandra Selmi, la nostra contributrice che è riuscita a trasformare l’amore per la lettura e il dono per la scrittura in un lavoro (è scrittrice oltre che editor, e se alla fine di questo articolo avrete voglia di leggere ancora la sua prosa ironica non perdetevi il suo giallo milanese).

Alessandra Selmi al Salone del Libro di Torino

Alessandra Selmi al Salone del Libro di Torino

Alessandra Selmi: “Esistono parole intraducibili in italiano, è vero.

Secondo alcuni sono otto, secondo altri diciotto, per taluni venti; per altri ancora addirittura trenta.

È il caso del termine tedesco Fernweh, che indica la nostalgia per posti in cui non si è mai stati, o del giapponese Komorebi, che serve per descrivere l’effetto particolare della luce del sole quando filtra attraverso le foglie degli alberi.

Passi, dunque, se attingete alle vostre conoscenze di giapponese per descrivere una cugina come Bakku-shan, cioè una ragazza bellissima fino a quando non la si guarda in faccia. O al maori delle isole Cook, se ci tenete proprio a far sapere che avete una gamba più lunga dell’altra, ma non avete tempo per i giri di parole (Papakata). Se vi capita di fare Mamihlapinatapei, il gioco di sguardi di due persone che si piacciono e vorrebbero fare il primo passo ma hanno paura, potete attingere al vocabolario indigeno della Terra del Fuoco. Ve lo concedo. Chi, del resto, non padroneggia una conoscenza elementare di yaghan?

I termini intraducibili in italiano, però, sono appena una trentina. Siamo abbondanti e ammettiamo che siano cento, via.

Per tutto il resto, abbiamo la fortuna di avere una meravigliosa e ricchissima lingua. Secondo il Grande dizionario italiano dell’uso di Tullio De Mauro, il patrimonio lessicale italiano annovera 260.000 lessemi.

Volete dirmi che in tanta abbondanza siete costretti a sgraffignare agli inglesi i termini dopobarba (aftershave), riunione (meeting), obiettivo (target), pubblico (audience), bilancio (budget), affari (business) e riscontro (feedback)?

Certo, è facile farsi condizionare dal contesto sociale in cui viviamo. Quando i giornali, la tv e la radio, per non parlare del Web, gli scrittori, i politici e talvolta anche gli insegnanti sono i primi ad attingere alla terminologia anglosassone, scimmiottare il trend (ops, scusate…), la tendenza del momento è quasi automatico. Parrebbe brutto non farlo, potreste sembrare out, démodé… insomma, fuori moda, vecchio stile. Sfigati non al passo coi tempi. Del resto, chi va volentieri a fare compere in uno stantio spaccio aziendale, quando può recarsi in un più moderno e accattivante outlet?

Ora, non vorrei che tornassimo al Ventennio fascista, quando film veniva italianizzato in filmo, a seguito del divieto di utilizzo dei termini di lingue straniere. Le persone evolvono, i linguaggi pure. Anche le parole seguono le mode, come l’abbigliamento e i gusti alimentari: quanti, oggi, dicono gaglioffo, turlupinare e prece? Sarebbe stupido non tenerne conto, tanto più che mi piace pensare che la mia lingua si stia espandendo.

Il punto, però, è tutto qui. Con l’adozione di nuovi termini la nostra lingua si sta arricchendo, o forse i vari news, mood, network, show stanno cannibalizzando le parole tanto care ai nostri nonni? Oggi, dopo che ci siamo divertiti con gli amici a un dinner party nel weekend, ci ricordiamo ancora dell’esistenza dei termini cena, festa e finesettimana? E per quanto tempo, a furia di scegliere certe espressioni invece di altre, ce ne ricorderemo? Lasceremo in eredità ai nostri figli parole come squadra, attrezzo, insegnante, benessere e persecuzione, o forse l’avanzare dei vari team, tool, tutor, wellness e stalking le cancellerà per sempre?

Non si tratta, dunque, di scegliere a tutti i costi una parola al posto di un’altra, in una specie di ostinato gioco di resistenza. Si tratta, piuttosto, di tenere in vita la nostra lingua, di impedire che altre culture – per quanto utili e utilizzate – la fagocitino. Si tratta di aggiungere, non di sostituire.

È, poi, tutta una questione di misura e di contesto. Entro un certo limite, una parola presa in prestito agli anglofoni non la si nota più neanche. Quando, però, un discorso è infarcito di slang, topic, gag, boom e cool, non diamo l’impressione di essere al passo coi tempi: siamo più simili ad analfabeti incapaci di padroneggiare la propria lingua, se non addirittura sbruffoni. Macchiette dell’Adriano Celentano che cantava Prisencolinensinainciusol, con la differenza che il Molleggiato era simpatico, ironico, innovativo; noi risulteremmo patetici.

E passi, se in una riunione ci scappa la parola feedback; ma se lo diciamo alla zia ottuagenaria durante il pranzo di Natale, non è modernità, bensì maleducazione. Se più della metà dei nostri amici su Facebook non è italiana, lo status in inglese è ammesso, forse dovuto; ma se ci seguono appena il panettiere dietro l’angolo e l’ex compagna di liceo, un italiano di base (possibilmente non sgrammaticato) è più che dignitoso. Anzi, più dignitoso.

E infine, se proprio non volete rinunciare a sembrare così up to date, attenzione agli errori. Anche mia nonna dice danlò per download, ma ha 85 anni e le ho perdonato di peggio. Se lo fate voi, che volete a tutti i costi passare per frequent flyers mentre fate la coda dal salumiere, assicuratevi almeno di non sbagliare la pronuncia.”

Ça va sans dire che gli ottimi consigli di Alessandra per quando si parla con la nonna ottuagenaria valgono anche per i pubblicitari che usano il loro abituale gergo anglofono parlando con il signor Rana.

(Se ti interessa questo argomento ti potrebbe piacere anche il post  Il gergo aziendale come segnale di appartenenza)

 

 

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Non hai un lavoro? Apri una start up.

PC Un altro primo maggio è coinciso con la notizia di elevatissimi livelli di disoccupazione, in particolare giovanile.

Quando anche i nostri consigli  non funzionano, o se si è particolarmente intraprendenti, l’alternativa è crearselo, un lavoro. C’è il movimento, iniziato con i makers negli Stati Uniti, che attraversa i paesi più sviluppati e invita a reinventare i mestieri artigianali, tanto che anche una multinazionale come Samsung si sta impegnando per far sì che le competenze dei grandi maestri artigiani italiani non vadano perse (ne parleremo presto). E c’è la possibilità di aprire una start up in ambito digitale, e offrire un servizio che prima non esisteva. E’ quanto ha fatto Tommaso Magnani, fondatore della start up GoodAppetito, che in questa intervista dal campus di H Farm ci racconta il suo percorso di studi, in cosa consiste la sua innovativa Applicazione e le opportunità che un’incubatrice di start up con H Farm offre.

Quando ci rivela quali caratteristiche deve avere un giovane per diventare start upper  ci sembra di capire che la più importante sia uno stomaco forte in grado di affrontare il salto nel vuoto che comporta aprire una propria attività e le quotidiane montagne russe che ne caratterizzano la gestione.

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Dress Code: come vestirsi adeguatamente (per lavoro) dove gli altri si divertono.

PB Recentemente sono stata quattro giorni in trasferta. Torneo di Tennis a Montecarlo. Se si fosse trattato di vacanze me la sarei cavata con un trolley tipo bagaglio a mano su Easy Jet. Invece ho iniziato con una valigia mastodontica dettata da inquietudine della stessa dimensione. E sono poi partita con una valigia accettabile (cioè trasportabile da me stessa medesima senza bisogno di mariti, valletti, portaborse).

Al rientro posso dire di non avere sbagliato quasi nulla. Quindi mi permetto di darvi indicazioni preziose su come fare la valigia “di lavoro” quando non si tratta di guadagnarsi lo stipendio in ufficio ma di essere impeccabili in luoghi che non sono palazzi di vetro, sale riunioni, uffici del personale. Insomma in tutte quelle occasioni in cui la mitica camicia bianca non è la panacea di tutti i mali e in cui il dress code  “informale” è in grado di metterci letteralmente in ginocchio e di farci rimpiangere la divisa.

Il rischio è infatti di vestirsi con la felpa (non si era detto “informale”?) come se dovessimo imbiancare la cucina (carriera stroncata sul nascere) o di indossare il gessato senza cravatta (al Country club è quasi meglio la felpa: la giacca grigia se la mette solo la hostess o quello che cambia la cartuccia alla stampante della biglietteria).

Dunque, ecco le situazioni che ho affrontato con sprezzo del pericolo e i relativi consigli per sopravvivere con sufficiente eleganza al rientro in città sperando in una conferma del vostro contratto di lavoro:

  •  Incontro con nuovi partner alla Vip Area del Tennis Club di Montecarlo. Cioè uno dei club più eleganti del pianeta, dove anche il Principe viene a vedere il tennis. Dress cod bianco, bianco, bianco. Se volete con un tocco di blu o di beige o di azzurro Oxford. Bene il gilet in tricot (tipo Giardino dei Finzi Contini, avete letto Bassani?) indossato sopra una polo a manica corta. Se siete donne anche un foulards rosso geranio (color combination tricolore francese) o un tocco di giallo, ma solo se siete miliardarie (con un abitino di Hermès bianco e giallo potete tutto) , altrimenti andiamo sul classico bianco/beige. Ai piedi scarpe comode per andare su e giù e chiare, che suggeriscano sport e passeggiate en plein air (ballerine, mocassini, sneakers vintage tipo Stan Smith).

 

  •  Riunione in barca al mattino. Quasi tutto quello che abbiamo detto per il tennis può essere riciclato (i colori e l’atmosfera non sono così diversi) anche allo Yatch club . Evitate bottoni d’oro tipo ammiraglio o maglioni a pelle tipo capitan Findus. Con qualche piccola avvertenza: in barca si sale a piedi nudi, ricordate quindi di fare pedicure perfetta e mettere lo smalto. Fa anche un po’ freschino, mettete sotto la maglietta della salute (la mamma che ve lo dice sempre ma questa volta ha ragione) e abbiate un piccolo pull di cachemire da tenere sulle spalle e infilare alla bisogna. Siccome le scarpe si mettono in un cesto evitate di portare quelle con il buco sotto la suola “tanto si sale a piedi nudi” a meno che non decidiate di fare tutto il dock scalzi.

 

  • Cena di gala. Elegante. Molto elegante. Ideale uno smoking nero da donna o un tubino nero, con un foulards, una stola per coprire le spalle. Scarpe con il tacco. Borsa piccola a mano. Dentro ci deve stare la chiave della stanza d’albergo, il telefonino (purtroppo non se ne può fare a meno se si va per lavoro), l’invito per la serata, una banconota da 5 euro per la mancia a chi vi apre la porta o vi parcheggia l’auto (ricordate di cambiare prima di uscire: il rischio è di fare una figuraccia cercando disperatamente un po’ di monetine nel portafoglio, o cacciare 20/50 euro per poi rimpiangerli tutta la sera: non vi verranno rimborsati in nota spese!), soldi sufficienti per pagare il taxi al rientro, qualche biglietto da visita, una biro. Droghe, rossetti, sigarette sono a vostra discrezione.

 

  • Cena d’affari. Eleganti ma non troppo. Come se si uscisse a cena a Milano. E’ stata l’unica serata normale, lì ce la saremmo cavata tutti. Ho messo una camicia di seta bianca!

 

Consigli generali:

– non esagerare (non dovete essere i più eleganti, ma non dovete farvi notare come i più fuori luogo: se non ci si accorge di come siete vestiti avete fatto centro)

– non lamentarvi (avete sbagliato e avete freddo? Farete più tardi una doccia bollente; avete saltato il buffet e avete fame? Vi rifarete a cena)

– il bianco e il beige sono perfetti per l’aria aperta e il giorno (vale anche per i pranzi in campagna). Vietato il nero (come ai matrimoni)

– il nero è perfetto per la sera e per i luoghi chiusi. Ma non è la sera del vostro addio al nubilato, né la festa di laurea. Ricordate sempre che si tratta di un incontro di lavoro. Meglio un bottone di troppo allacciato che uno di troppo slacciato.

– cosa non deve mancare per la sera: una camicia bianca, un tubino nero, una borsa a mano, una scarpa con il tacco.

– cosa non deve mancare per il giorno “informale”: un pantalone cinque tasche bianco, una polo di piquet, un tricot blu.

– prima di infilare tutto in valigia disponete sul letto i vari look dalla testa ai piedi e cercate di mettere insieme i capi con una palette colori e stili compatibili in modo che, in caso di freddo polare o caldo torrido, possiate usare le scarpe da pioggia su diverse combinazioni e viceversa. La stola da sera , annodata intorno al collo può diventare una sciarpa (io l’anno scorso a Wimbledon mi sono annodata al collo la camicia da notte lilla, ma qui vuol dire essere cintura nera di stylist & sopravvivenza). Evitate di avere una mise tirolese per la sera e una versione Brigitte Bardot per il giorno perché in caso di pioggia sarà difficile mettere le pedule con la camicia vichy azzurra.

Il vostro obiettivo non è essere originali, ma essere adeguati. Quindi meglio un po’ noiosetti nei colori ma in grado di trasportare da sole la vostra valigia. Senza lamentarvi. Se non trovate nessuno ad aiutarvi, avrete per lo meno conservato i 5 euro di mancia e avrete smarcato anche la trasferta “informal dress”.

Essere invitati al matrimonio del vostro capo che ha deciso di dire il fatidico “si” in montagna è argomento ancora più arduo. Per aiutare la nostra amica Patri C. ad essere bella come Anna Karenina senza fare un mutuo abbiamo dovuto scomodare la Simo che ha il guardaroba di una star. Ergo: oltre al buon gusto servirebbe avere una amica come la Simo.

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