IED presenta TEDxIED

PC Ied è la prima scuola italiana a ospitare, il 20 settembre a Milano, un incontro TED dedicato al tema della creatività.

TED, acronimo di “Technology Entertainment Design”, è un’organizzazione non-profit che si dedica alle “‘idee che meritano di essere diffuse” (“ideas worth spreading” è il suo claim).

Nella Conferenza annuale di TED (che si svolge in California) le menti più innovative del pianeta sono invitate a raccontare le loro idee in presentazioni di massimo 18 minuti, che vengono poi caricate su ted.com (se non l’avete ancora fatto vale davvero la pena di vederne e ascoltarne qualcuna, alcune hanno anche i sottotitoli in italiano). Hanno fatto una conferenza, tra gli altri, personaggi come  Dave Eggers, Bill Clinton, Al Gore, Bill Gates, Jeff Bezos (fondatore Amazon), Bono Vox, i co-fondatori di Google, Sergey Brin e Larry Page.

Per favorire la diffusione delle idee TED   ha anche lanciato un programma, chiamato TEDx, di eventi locali, che si propongono di riunire persone per condividere un’esperienza simile a quella che si vive con i TED originali.

Il TEDx che si terrà in Ied ha come titolo ‘La creatività è una professione’. In linea con la mission della scuola e con il suo metodo d’insegnamento TEDxIED vuole raccontare come la creatività non solo possa diventare una vera e propria professione, ma quale sia il suo valore strategico per il rilancio dell’economia. Questo ci sembra particolarmente vero in una nazione come l’Italia che ha sempre creato ricchezza attraverso l’eccellenza nella creatività, a partire dalle arti, fino al ruolo che moda e design hanno giocato negli ultimi decenni.

L’evento è aperto al pubblico e a numero chiuso. E’ possibile iscriversi da oggi su http://www.tedxied.com

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Regola n°1: imparare a comunicare

PC Parliamo, parliamo… Ma non sappiamo spiegarci bene, così si intitola l’articolo di Sabelli Fioretti sull’ultimo Io Donna, che giustamente evidenzia che nell’era della comunicazione nessuno insegna a comunicare.

Credo che l’attenzione al saper comunicare sia particolarmente necessaria per chi vuole lavorare o già lavora nel campo del marketing e della comunicazione.

Chi si presenta a un colloquio verrà anche valutato per come sa spiegare il suo portfolio o curriculum: la figura del genio creativo solitario non esiste, il lavoro nel marketing e nella comunicazione è essenzialmente un lavoro di team, dove le capacità dialettiche sono importantissime.

Saper argomentare la propria posizione, infatti, che si tratti di difendere una proposta creativa al cliente o un innovativo progetto di marketing ai venditori riuniti nel temuto sales meeting è uno di quegli elementi che faranno la differenza nella vostra carriera.

Sono molti i fattori che impediscono, soprattutto quando si è agli inizi, di essere chiari e di spiegarsi bene, provo a riassumerne alcuni:

1. Parlare prima di aver pensato a cosa dire

Questo rende lunghe e poco coerenti le argomentazioni, mentre soprattutto nelle riunioni è fondamentale la sintesi e la chiarezza

2. Aver paura di parlare in pubblico

Per molti è fonte di ansia e rende confuse le argomentazioni. Bisognerebbe abituarsi cominciando da giovani, non importa se parlate alla riunione dell’oratorio o all’open day della scuola, ma solo facendo pratica si riesce a vincere la vera e propria paralisi che assale molti quando devono parlare davanti a tante persone. Sul Secondo libro dell’ignoranza (di John Lloyd e John Mitchinson) regalato a mio figlio ma abbondantemente spulciato durante i pin nic montani si dice che la paura di parlare in pubblico è la prima paura per diffusione!

3. Non saper ascoltare

Spesso si prepara la propria argomentazione prima ancora di aver ascoltato quanto dice l’altro. Saper ascoltare è il miglior modo per imparare a comunicare. Se un account, ad esempio, riesce ad usare le stesse parole usate dal cliente per spiegare il proprio punto di vista avrà già il vantaggio di utilizzare un linguaggio condiviso. Ascoltare è un’arte che richiede concentrazione e attenzione, ma anche quando ci sono entrambi non sempre è facile capire cosa intende l’interlocutore e rispondere in modo appropriato. Recentemente, in una riunione nella quale si parlava di possibili product placement, un cliente mi spiegava che sarebbero stati interessati a trasmissioni tipo l’ispettore Coliandro (famosa – ho scoperto dopo – serie noir televisiva, che non avevo mai sentito nominare prima). Quando alla fine ho voluto riepilogare le opportunità e l’ho definita l’ispettore Coriandolo l’ilarità è stata generale.

4. Non conoscere bene quello di cui si parlerà

Forse ho avuto modo già di ricordare un motto Young & Rubicam, che mi ha ripetuto più volte Marco Lombardi prima delle riunioni importanti: rehearse, rehearse, rehearse. Provare, provare e provare ancora quello che si deve presentare. La sicurezza acquisita ci permetterà di comunicare in modo fluente e persuasivo.

Se avete altri suggerimenti spiccioli su come migliorare la propria arte oratoria nella vita lavorativa di tutti i giorni raccontateceli!

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Bentornati!

Street Chic

PB  Qualche tempo fa mi diceva Mariella Colavito, severa e generosa funzionaria di Manager Italia, a proposito di lavoro e organizzazione, che le aziende licenziano a luglio e dicembre. Assumono a settembre e gennaio.

Funziona un po’ come il cambio armadi o i buoni propositi dopo le vacanze.

Fine luglio è l’ultima spiaggia per mandare i cappotti in tintoria. Sono lì da marzo, quando avremmo voluto portarli, ma proprio nel momento in cui avevamo deciso, ha fatto così freddo che abbiamo rimandato. Poi ci siamo dimenticati e ora sono lì a ricordarci che se vogliamo affrontare l’autunno come si deve dobbiamo deciderci. Le riviste già ci suggeriscono il nuovo Street Chic, con giacche di lana color cammello da portare su maglie rigate.

A settembre dovremo pur comprare qualcosa che ci faccia sentire nuove, no? Fosse pure solo uno smalto con i colori delle castagne (nei periodi di crisi cala la vendita dell’abbigliamento, aumenta quella dei cosmetici: New look a minimo impatto sul portafoglio).

Le aziende fanno la stessa cosa. Sistemano i loro armadi tra giugno e luglio. A settembre prendono qualche cosa di nuovo.

Bisogna che per quel momento la vostra vetrina sia al massimo dello spolvero. I budget sono limitati, l’acquisto sarà ben calibrato in cerca del miglior prodotto.

Il vostro CV è in ordine? Il vostro profilo su Linkedin? Avete fatto un giro di chiamate ai vostri amici che hanno trovato un impiego interessante per sapere se nelle loro aziende si muove qualcosa che potrebbe fare al caso vostro? Una e mail al vostro prof per chiedergli un consiglio? Spulciato gli sportelli stage per vedere se c’è l’azienda dei vostri sogni che vi sta cercando?

E’ settembre fanciulli! Il vero capodanno (per lo meno in Italia dove agosto è ancora uno spartiacque importante tra il prima e il dopo). Bentornati e buona fortuna! Trampolino cercherà di essere il vostro alleato migliore per fare della vostra, la migliore vetrina.

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Attenti al multitasking: riduce la produttività

PC Mi sono sempre chiesta quanti degli studenti muniti di tablet o pc che durante le lezioni navigano in internet lo facciano alla ricerca di argomenti correlati a quello che sto dicendo e quanti invece siano quelli che cercano una distrazione. Ora lo so: il 62% delle pagine aperte  non sono affatto collegate ai contenuti della lezione (questa in realtà è la percentuale rilevata da OnlineCollege.org in una ricerca svolta negli Stati Uniti, c’è la possibilità che i miei studenti siano ancora più dispersivi o le mie lezioni ancora più noiose!).

Mi consola che la percentuale di chi controlla la posta dallo smartphone durante un appuntamento è del 67% e il 33% lo fa addirittura in chiesa.

infografica completa su mashable.com

La scoperta interessante è che gli studi, riportati da Mashable.com, dimostrano che cercare di focalizzarsi su più cose contemporaneamente comporta una perdita di produttività del 40%.Chiunque si sia ritrovato a lavorare qualche giorno in agosto, senza il telefono che suona e con email e skypate ridotte al minimo, si sarà reso conto che si riesce a concludere meglio e più in fretta quello che si sta facendo. Le ricerche dimostrano addirittura che interrompersi per leggere le email o rispondere al telefono in ufficio abbassa del 10% il quoziente IQ, come se si fosse passata una notte insonne o fumato marijuana.

Il consiglio quindi, sia che si studi che si lavori, è di concentrarsi il più possibile su un compito alla volta, a meno di non essere certi di appartenere all’esiguo 2% della popolazione che riesce a essere multitasking con successo.

http://mashable.com/2012/08/13/multitasking-infographic/

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Come allenarsi a diventare un futuro leader

Daniele Molmenti, oro olimpico

PC Linkedin ha segnalato un articolo rivolto ai manager che devono selezionare nel gruppo che coordinano chi potrà diventare un leader. Sapere quali sono le caratteristiche che i manager valutano può però anche aiutare i giovani talenti a orientare il proprio comportamento in modo da rientrare nella categoria di chi farà carriera. Ecco quindi una sintesi dell’articolo.

1. I futuri leader conoscono bene il loro business e non si stancano mai di imparare. In più riescono a comprendere il legame tra quello che fanno e gli obiettivi più ad ampio raggio della società per la quale lavorano. 

2. Sono apprezzati e rispettati non solo dal loro capo ma anche dai colleghi e dalle persone con le quali lavorano (per esempio in un’agenzia di comunicazione è fondamentale valutare il rapporto che un account intrattiene con i creativi, in un reparto marketing è importante capire la relazione che il product manager riesce a intrattenere con agenzie, produzione e vendite.)

3. I futuri leader sono ambiziosi, vogliono avere nuove responsabilità, imparare cose nuove e ottenere maggiore riconoscimento. In poche parole non hanno paura di mettersi in mostra.

4. Sono abili nel lavorare con gli altri, nel formare partnership, nel raccogliere informazioni. I geni solitari possono essere molto creativi e ambiziosi, ma non saranno mai dei buoni leader.

5. Hanno il coraggio di prendere decisioni. Un futuro leader capisce che dopo il momento dell’analisi e della ricerca viene il momento in cui decidere con la propria testa.

È ovvio che un futuro leader deve anche trovare un ambito positivo dove poter dimostrare queste caratteristiche, e in questo risiede la responsabilità di chi è già leader, che dovrà favorire un clima di crescita, nel quale una sana ambizione, il desiderio di migliorare e la capacità di fare rete con gli altri reparti vengano apprezzate e non osservate con paura e sospetto come spesso purtroppo accade.

Trovate l’articolo originale a questo link: http://www.inc.com/samuel-bacharach/The-5-Traits-of-High-Potential-Employees.html

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La ricetta per avere successo in un contesto globalizzato

PC Trampolinodilancio sta generando un bellissimo clima di interesse nei confronti dei giovani talenti in molti dei nostri follower, che spesso mi segnalano contributi interessanti da condividere sul blog. Approfitto per ringraziare, tra i più assidui, Carlo e Susi, e Stefano Del Frate –  autore lui stesso di un blog (http://stefanodelfrate.wordpress.com) nel quale tratta di comunicazione in modo sempre coinvolgente e interessante – che mi ha  recentemente indicato un’utile intervista apparsa sul blog dell’Harvard Business Review.

Nell’intervista Anna Tavis, responsabile della selezione  della Brown Brothers Harriman, dà la sua personale ricetta per avere successo in un mondo sempre più globalizzato, dove fortunatamente non è più necessario lavorare a New York o nelle grandi città degli Stati Uniti ma i talenti vengono selezionati localmente per garantire una conoscenza della cultura autoctona.

Il consiglio a chi vuole cominciare la sua carriera in una struttura globale è di andare oltre la semplice formazione di business, che è semplicemente necessaria per passare una prima selezione, ma non sorprenderà nessuno.  Quello che sorprenderà e renderà interessante un giovane talento è che, in più, conosce tre lingue, o ha vissuto in quattro continenti diversi, o ha fatto qualcosa di diverso nella sua vita, dice Anna Tavis.

“Uscite, esplorate e andate oltre la cornice tradizionale e le tradizionali ricette e formule, e avrete successo.” Questa è la ricetta di Anna Tavis per avere successo in un contesto globalizzato, molto in linea con i suggerimenti raccolti in questi mesi nel corso delle interviste che abbiamo realizzato.

Nel suo contributo, che trovate a questo link http://blogs.hbr.org/video/2012/07/make-yourself-a-global-asset.html, c’è anche il racconto del percorso non lineare attraverso il quale è arrivata al ruolo che attualmente ricopre.

Ritengo che nella discontinuità in termini di formazione e carriera risieda spesso un  grande valore di apertura mentale che sicuramente un’azienda apprezzerà.

 

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Sapete dire di no?

PC In questi giorni si è parlato molto di priorità e di liste di cose da fare e da non fare (vedi l’articolo sul Wall Street Journal di Peter Bregman che consiglia ad esempio di disintossicarsi dall’ i pad!). Uno degli interventi sul tema delle priorità più interessante l’ho letto sull’Harvard Business Review e spiega in particolare come dire no a una proposta che non è in linea con le proprie priorità.

Dire di no è qualcosa che chi desidera  piacere agli altri (e ho già confessato di appartenere a questa categoria) trova sempre molto difficile.

L’autore, Greg McKeown, racconta di quando decise di andare a una riunione con un importante cliente invece che rimanere al fianco di sua moglie, che stava per partorire loro figlia.

La riunione non portò a nessuna nuova opportunità di business e il cliente non fu minimamente impressionato dall’abnegazione di Greg.

Dire sì era semplicemente stato più semplice che accettare il disagio sociale di dover dire no.

A volte ci vuole più coraggio infatti a prendere una decisione che sappiamo essere profondamente giusta, piuttosto che fare quello che colleghi e clienti si aspettano da noi.

Personalmente ho vissuto una situazione analoga quando ho dovuto chiedere di spostare una riunione con la proprietà  francese del nostro principale cliente – durante la quale avrebbero potuto decidere di affidare il budget internazionale alla mia agenzia – perché coincideva con il primo giorno di scuola di mio figlio. Il rischio era che la riunione (da noi sollecitata) saltasse e si  perdesse per sempre l’opportunità . Il direttore marketing, al quale avevo spiegato il problema, mi disse che comprendeva benissimo la mia scelta, ma mi chiese di comunicarlo personalmente al direttore generale, che ai tempi conoscevo poco e mi metteva una certa soggezione. Per me fu una telefonata molto difficile, ma lui mi stupì dichiarandomi subito che capiva e appoggiava totalmente la mia decisione: ” Sono momenti che non tornano mai più” mi disse ” non vorrei in alcun modo essere responsabile del fatto che lei lo perda”.

Credo che in realtà quel “no” contribuì a farci scoprire un terreno comune a livello personale nel grande attaccamento alla famiglia. Anche nel mio caso, come in quello di Greg, dalla riunione posticipata in Francia non nacque tra l’altro alcuna opportunità, ma dal rapporto iniziato con un faticosissimo “no” detto per essere fedele alla mia scala di priorità, sarebbe nato in futuro un rapporto di lavoro molto più interessante e proficuo, con il direttore generale che nascondeva sotto l’aspetto burbero un padre molto affettuoso e partecipe.

A fronte di questa coraggiosa decisione, ho invece moltissimi rimpianti per scelte che al momento mi sembravano inevitabili, ma che troppo spesso nascevano invece dalla paura di scontentare un cliente o un collega (strano come sia più facile scontentare un amico o un famigliare!).

Come fare quindi per evitare di dire sì anche se sappiamo che no sarebbe la scelta giusta?

Greg McKeown dà qualche utile consiglio:

  • dividete sempre la decisione dalla relazione. Se siamo sicuri che la decisione sia giusta, dobbiamo solo trovare il modo migliore per comunicarla il più gentilmente possibile senza danneggiare la relazione.
  • Ricordatevi che non siamo veramente obbligati a rispondere a una telefonata o andare a una riunione, come se fossero scelte non negoziabili. Per rendersene conto Greg suggerisce di tradurre  i “devo” con dei “scelgo”: provate a dire al vostro partner che aspetta di uscire a cena “scelgo di fare quest’ultima telefonata” invece che “devo fare quest’ultima telefonata” e capirete che il consiglio di Greg è tutt’altro che stupido.
  • Infine, ed è forse il suggerimento che condivido più profondamente, evitate di lavorare per persone che non rispettano le vostre priorità. Auguro a tutti la fortuna (che io ho guadagnato in tanti anni di errori) di lavorare con persone che conoscono, rispettano e condividono i vostri valori.

Ai giovani posso dire che forse non sarà facile trovare subito persone che rispettino le loro priorità, ma fare una lista delle cose davvero importanti nella vita può aiutarli a orientarsi consapevolmente.

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INTERVISTA A MATTEO ORLANDI BRAND MANAGER GIORGIO ARMANI

PC Matteo Orlandi si è laureato a Lugano, perché l’università offriva un corso di laurea in marketing e usava l’inglese come lingua ufficiale (opportunità che si sta valutando solo ora anche in Italia).

Matteo Orlandi

L’ho conosciuto che era il giovanissimo assistente marketing di un mio cliente, e anche in quel ruolo, necessariamente operativo, è riuscito a colpirmi per la sua precisione ed efficienza. Con una chiacchierata durante un pranzo di lavoro (che si svolgeva nel bar di una piscina pubblica, l’unico posto dove fosse possibile mangiare qualcosa nella periferia desolata di Agrate) ho scoperto – complice il contesto! – che era appassionato praticante di molti sport. Per questo, quando Patrizia mi ha chiesto di segnalarle un giovane product manager bravo e molto sportivo per il lancio della linea EA7 di Armani, non ho avuto dubbi che Matteo sarebbe stato perfetto (purtroppo la società mia cliente per la quale lavorava stava per cambiare proprietà, quindi sapevo di non creare problemi a nessuno favorendo un cambiamento che Matteo stava già sicuramente valutando).

A Orlandi, che quindi è da alcuni anni brand manager in Giorgio Armani, chiediamo innanzitutto perché pensa di essere stato scelto al tuo primo colloquio, cosa ha fatto la differenza?

Matteo Orlandi: “La sincerità. Al primo colloquio non sei mai preparato, ma mi sono presentato così com’ero: studente appena uscito dall’università e con poche esperienze sul campo. Ho messo in luce quelli che sapevo essere i miei punti di forza e quello che avrei voluto fare. Poi ho chiesto cosa cercavano, ed ho ascoltato tutto. Ricordo ancora la frase: sei disposto a viaggiare? I miei occhi si illuminarono.”

Trampolinodilancio:  “Cosa ti è servito di più nel primo anno di lavoro?”

Matteo Orlandi: “Ho avuto la fortuna di fare marketing, area dove le relazioni con le persone sono alla base. Oltre alle competenze universitarie, quello che ha contato di più è stato sapersi muovere a tutti i livelli: direttore, manager, colleghi, magazzino. L’università mi ha insegnato a parlare in pubblico, a fare presentazioni, ad avere idee e saperle raccontare.”

Trampolinodilancio:  “Cosa ti ha insegnato il tuo primo capo?”

Matteo Orlandi: “Il primo capo era il direttore trade marketing di una azienda di bicchieri. Non mi  ha insegnato molto in modo diretto, ma piuttosto ho osservato i suoi talenti. Era molto brava con i clienti, a trovare soluzioni per loro, fare prodotti ad hoc, lavorare sulle offerte e sui prezzi. Aveva uno spunto creativo per suggerire nuove collezioni e sapeva come dare al giusto cliente il giusto prodotto.”

Trampolinodilancio:  “Cosa ti ha insegnato il capo che consideri tuo mentore?”

Matteo Orlandi: “Da lui ho capito l’importanza dei numeri, del rigore, della sintesi. Si possono fare nel marketing tante cose, tutte belle e divertenti, ma è compito di chi fa questo mestiere trovare sempre il perché delle cose, dimostrarle con delle ricerche e portarle avanti con decisione. Ho visto anche cosa vuol dire fare scelte difficili perché giuste; ho imparato anche che non sempre ci sono soluzioni.”

Trampolinodilancio:  “Cosa vorresti aver studiato in più o di più nel tuo percorso scolastico?”

Matteo Orlandi: “Mi manca molto una competenza finanziaria e contabile. Durante gli studi è sempre stato per me il nodo più duro da sciogliere, ma ora manca un po’ la sicurezza su questi aspetti fondamentali.”

PB  Il brief datomi dal mio capo per trovare il product manager di EA7 era il seguente: giovane (il budget era basso e l’impresa necessitava una buona dose di inconsapevolezza) , bello (avrebbe dovuto lavorare direttamente con l’ufficio stile che appunto, sullo stile, è piuttosto intransigente), sportivo (no calcio, solo sport di nicchia, perché il calcio è monopolizzato dalle multinazionali e ha costi insostenibili), povero (cioè doveva essere affamato di successo, ambizioso, abituato a lottare per ottenere una posizione).

Matteo era indubbiamente giovane, di lineamenti delicati, faceva canottaggio. Non ho avuto cuore di chiedergli il conto in banca per verificare che fosse povero (anche le indicazioni del capo vanno filtrate). Quest’anno EA7 vestirà ufficialmente gli atleti Italiani durante le Olimpiadi 2012 di Londra. Se anche non era proprio povero povero, deve aver fatto un buon lavoro.

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