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Il perfetto candidato per Bayer è una ricetta composta da diversi ingredienti. Ce lo spiega Greta Pignata.

PC Pensando al marketing come sbocco professionale spesso viene naturale limitarsi a valutare il largo consumo, mentre ci sono dei settori, come quello del marketing chimico – farmaceutico, in cui un giovane dotato di talento ed esperto nelle nuove tecnologie può trovare molti progetti interessanti sui quali mettersi alla prova.

Quali caratteristiche vengono apprezzate in una grande azienda come Bayer? Come affrontare un colloquio in una realtà di questo tipo? L’abbiamo chiesto a Greta Pignata che si occupa di Business & Marketing Communications in Bayer CropScience.

Greta Pignata, Business & Marketing Communications in Bayer CropScience.

Greta Pignata, Business & Marketing Communications in Bayer CropScience.

Chiacchierando abbiamo scoperto che prima di passare in azienda, dov’è dal 2012, Greta ha lavorato in agenzie di comunicazione come Leo Burnett, quindi ci è venuto naturale chiederle se trova più stimolante il suo attuale ruolo “dalla parte del cliente”.

Greta Pignata: L’agenzia pubblicitaria è una scuola importante per capire cosa significa fare comunicazione, quella vera! E farla bene.

Ma non si ha mai l’ultima parola, che è sempre quella del cliente, che alla fine decide.

Ora mi trovo proprio in questo ruolo dove ho la possibilità di esprimermi al massimo e di guidare i progetti, interfacciandomi allo stesso tempo con interlocutori sempre diversi che ogni volta arricchiscono le mie conoscenze.

Passiamo ai consigli per i nostri lettori: quali caratteristiche deve avere un giovane per entrare nel reparto Business & Marketing Communications di Bayer?

Greta Pignata:

La ricetta è composta da diversi ingredienti.

Il primo, che non deve mai mancare, è una forte preparazione “non solo” universitaria…

Una solida base teorica è elemento essenziale ma non sufficiente. Soprattutto in questo settore, dove le competenze richieste sono sempre più integrate e in evoluzione.

Un giovane che vuole affrontare al meglio il mondo del lavoro e sviluppare una carriera nella comunicazione deve necessariamente avere confidenza con i nuovi linguaggi della comunicazione ed informarsi continuamente su ciò che accade nel mondo. Perché avere uno sguardo aperto verso le cose è per noi un valore aggiunto.

Ma non è tutto qui.

E’ necessario possedere spiccate doti comunicative e relazionali (in quanto ci si relaziona con diversi stakeholder e si collabora con diversi colleghi, anche di reparti diversi),  essere creativo  ma soprattutto aver voglia di fare e di mettersi in gioco. Perché è questo che fa la differenza, in un’azienda fortemente orientata alla formazione e alla ricerca di nuovi talenti.

C’è una persona che hai assunto che le è rimasta impressa perché rappresenta le qualità che deve avere un candidato?

Si, sono rimasta positivamente colpita da una persona che ha effettuato un periodo di stage nel nostro reparto.

Perché ha mostrato lo stesso entusiasmo e etica del lavoro che caratterizza questa azienda e che avevo io quando ho iniziato il mio percorso in Bayer.

Il lavoro, lo dico sempre, è parte integrante della vita di una persona e va affrontato con professionalità e dedizione, caratteristiche fondamentali per chi vuole crescere in un’azienda.

E ci vuole poco per capire chi ha questi valori dentro di sé!

Il candidato selezionato ha mostrato fin da subito grande interesse verso le mansioni proposte, precisione e proattività nel fare le cose.

E aggiungerei anche un pizzico di coraggio nell’affrontare le sfide di ogni giorno, sia grandi che piccole.

Un consiglio su come affrontare un colloquio di lavoro?

Prepararsi: mai affrontare un colloquio di lavoro impreparati. Si perde in partenza.

E’ necessario informarsi sull’azienda e sulla posizione per cui ci si è candidati. Anche perché questo è sinonimo di interesse e permette una maggiore interazione con chi si ha di fronte in fase di colloquio.

Sembra una cosa scontata ma non è così: in passato, infatti, ho incontrato ragazzi che non ricordavano neanche il job profile richiesto!

E poi, questo non è un consiglio spassionato ma “sperimentato di persona”: ho ancora sulla scrivania i miei fogli scarabocchiati con tutte le informazioni su Bayer ricercate su internet giorni prima del colloquio.

Non li ho mai buttati, in ricordo di quel famoso pomeriggio d’estate quando il mio attuale capo mi chiese: “Cosa conosce di Bayer?”

In quale settore del marketing e della comunicazione ci sono maggiori prospettive di sviluppo per i giovani al momento?

In questo periodo, particolarmente difficile per entrare nel mondo del lavoro, ritengo che il settore digital (sia nel marketing che nella comunicazione) sia quello che possa dare più opportunità. Perché sono proprio i giovani a portare nuove competenze in questo settore.

Tutti sanno ma pochi conoscono “veramente” le dinamiche che governano la digital communication e i suoi strumenti (attività SEO, SEM, social network, siti, blog etc..), sempre più utilizzati per farsi conoscere e interagire con i propri clienti. Per farlo, al meglio, servono conoscenze specifiche: perché adottare le strategie giuste ed il linguaggio più idoneo è un punto a favore per le aziende che vogliono essere al passo con i tempi e con i nuovi mezzi di comunicazione, sempre più innovativi.

Quale consiglio potrebbe dare a un giovane che voglia entrare nel mondo del marketing e della comunicazione?

Valutare attentamente le proprie aspirazioni e ciò in cui si è più dotati è il primo passo per entrare in questo campo dove, non dimentichiamolo, c’è molta concorrenza.

Oggi le università offrono diversi corsi e indirizzi di studio per specializzarsi in questo settore: consiglierei di non fare scelte affrettate ma di valutare attentamente il percorso più consono alle proprie aspettative, partendo dalla fatidica domanda: “Cosa voglio fare da grande?”

E poi, all’inizio, bisogna essere sempre pronti ed aperti a vivere diverse esperienze di lavoro, magari anche quelle poco soddisfacenti dal punto di vista remunerativo, perché sono formative e permettono di acquisire competenze sempre nuove.

 

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Rivalutare l’artigianato come sbocco lavorativo. Intervista a Francesco Cordani di Samsung

PC Questo blog nasce per dare consigli ai giovani talenti che vogliono lavorare nel marketing e nella comunicazione perché questo è quello che Patrizia e io ci sentiamo di poter offrire: dopo aver accarezzato durante l’adolescenza l’idea di fare le scrittrici o le traduttrici, motivate da un’insaziabile passione per la lettura, ci siamo infatti entrambe innamorate del mondo delle merci e delle logiche sottostanti.

Questo non toglie che a più riprese non si sia affascinate da altri ambiti dove le capacità individuali e l’entusiasmo si combinano con la manualità: mi riferisco ai mestieri artigianali che sono alla base di gran parte delle eccellenze italiane.

Come vi abbiamo anticipato c’è una tendenza in atto – partita negli Stati Uniti (dove li chiamano makers) – a rivalutare l’artigianato che diventa, anche attraverso l’innovazione tecnologica, uno sbocco nuovo e interessante per i giovani e i non più giovani che vogliono o devono reinventarsi un lavoro. A questo proposito abbiamo chiesto a Francesco Cordani, ideatore e responsabile marketing e comunicazione in Samsung di  Maestros Academy di raccontarci questo bellissimo progetto, che nasce con l’obiettivo di “Tramandare i segreti dei grandi maestri, per lanciare i talenti artigiani di domani.”

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Non hai un lavoro? Apri una start up.

PC Un altro primo maggio è coinciso con la notizia di elevatissimi livelli di disoccupazione, in particolare giovanile.

Quando anche i nostri consigli  non funzionano, o se si è particolarmente intraprendenti, l’alternativa è crearselo, un lavoro. C’è il movimento, iniziato con i makers negli Stati Uniti, che attraversa i paesi più sviluppati e invita a reinventare i mestieri artigianali, tanto che anche una multinazionale come Samsung si sta impegnando per far sì che le competenze dei grandi maestri artigiani italiani non vadano perse (ne parleremo presto). E c’è la possibilità di aprire una start up in ambito digitale, e offrire un servizio che prima non esisteva. E’ quanto ha fatto Tommaso Magnani, fondatore della start up GoodAppetito, che in questa intervista dal campus di H Farm ci racconta il suo percorso di studi, in cosa consiste la sua innovativa Applicazione e le opportunità che un’incubatrice di start up con H Farm offre.

Quando ci rivela quali caratteristiche deve avere un giovane per diventare start upper  ci sembra di capire che la più importante sia uno stomaco forte in grado di affrontare il salto nel vuoto che comporta aprire una propria attività e le quotidiane montagne russe che ne caratterizzano la gestione.

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COME ESSERE MAMME E DONNE MANAGER: TRE TESTIMONIANZE

PC Abbiamo chiesto ad alcune mamme che ricoprono ruoli di responsabilità nell’ambito del marketing e della comunicazione come sono riuscite a conciliare la maternità con la carriera, contattando anche una mamma che lavora all’estero e aspettandoci il racconto idilliaco di asili aziendali, benefit speciali, massima tolleranza. Abbiamo invece, con una certa sorpresa forse dovuta a un’inconscia tendenza a criticare il nostro paese e mitizzare le condizioni negli altri, raccolto delle esperienze molto più positive da parte delle mamme che lavorano in Italia ed entrambe per aziende italiane! Partiamo con questi esempi positivi, che ci rincuorano sulla possibilità di districarsi tra pannolini e marketing plan!

di stasi

Mariavittoria Di Stasi

Mariavittoria Di Stasi, Vogue Brand Director in Luxottica, è una vecchia conoscenza di trampolinodilancio che nei due anni e mezzo trascorsi dall’intervista che le abbiamo fatto è diventata mamma di Eleonora ed è rientrata al lavoro dopo la pausa maternità. Le abbiamo innanzitutto chiesto come si è organizzata.

Mariavittoria Di Stasi: Ho trovato una tata dolcissima e super empatica con la bimba. Le vuole bene come se fosse sua figlia e io mi sento serena sapendola con lei.

Per il primo anno, ho preferito questa soluzione ma con il compimento del secondo anno di vita ci dovremo settare su un nuovo equilibrio (nido+baby sitter) per alimentare la socialità con altri bambini.

In cosa ti ha aiutato l’essere mamma nel lavoro?

A concentrarmi sulle priorità (vere) imparando a dire qualche volta di no per focalizzare tempo e risorse su ciò che è realmente di valore aggiunto.

In cosa ti ha danneggiato l’essere mamma nel lavoro?

Per il momento mi sentirei di dire che non ho avuto particolari problemi. Ho sicuramente meno tempo per fare networking davanti a un caffè con i colleghi ma anche questa dimensione si sta riequilibrando, con un po’ di organizzazione e disciplina.

Quali pensi siano vantaggi e svantaggi per tua figlia?

Il vantaggio è di avere una mamma soddisfatta ed equilibrata, lo svantaggio è di non avermi con sé quanto vorrebbe!

Un quadro incoraggiante, che viene confermato anche da Simona Bianco, Global Innovation Manager in ILLVA Saronno, alla quale chiediamo innanzitutto di raccontarci qualcosa di se stessa.

bianco

Simona Bianco

Simona Bianco: Ho “29+” anni, sono napoletana di origine, milanese di adozione. Mi occupo con entusiasmo di marketing da più di 10 anni (ora che li conto sono tantissimi!!!) e da quattro lo faccio in ILLVA Saronno, azienda produttrice di alcuni tra i Brand di alcolici più famosi al mondo come Disaronno. I viaggi, il mare e la musica sono la mia passione. Sono mamma di Greta, una mia bimba di quasi 9 mesi, simpaticissima e sempre allegra.

Nella tua carriera da marketing manager come hai affrontato la scelta della maternità?

Io ho sempre amato molto il mio lavoro, per questo sono arrivata a diventare mamma a 36 anni. Al di là del sentirmi pronta come donna, ci sono stati diversi motivi per cui ho rimandato la scelta nel tempo. Temevo in un rallentamento della crescita professionale e di una serie di difficoltà organizzative dettate da un lavoro a tempo pieno e i genitori (futuri nonni) lontani. Ma, come mi dico spesso, il segreto per andare avanti è iniziare, e quindi il momento è arrivato. Non sarebbe stato così in un momento professionale di forte ascesa o passaggio ad un’azienda nuova. La maternità richiede dei cambiamenti che pongono te e l’azienda in cui lavori in condizione di adeguarsi. E per questo ci vuole tempo.

In che senso?

Innanzitutto in termini di organizzazione delle persone. Perché per quanto tu possa lasciare i progetti ben avviati e con fasi di validazione chiare, se vai via per almeno 6 mesi è necessario che qualcuno faccia le tue veci. E non è detto che questa persona sia già in azienda oppure, se c’è, magari è ancora junior.

Come ti sei organizzata al rientro?

Il primo passo è stato capire quando sarebbe stato il momento giusto per rientrare in ufficio. Io ho deciso di aspettare che Greta fosse completamente svezzata per ricominciare a lavorare. Un marito libero professionista e la tata giusta sono i miei asset vincenti per uscire di casa tranquilla e affrontare il lavoro serenamente. Adesso e per i prossimi 3 mesi, inoltre, posso godere di un orario ridotto (6 ore anziché 8+) che spetta alle mamme fino all’anno di età dei figli. Devo ammettere poi che la mia azienda rispetta molto questo limite di orario anche in piccole attenzioni che non sono affatto scontate.

Ad esempio?

Come ad esempio il fatto di non pianificare riunioni alle 15.30! E questo fa molto la differenza perché al di là dell’obbligo di legge (le due ore di permesso sono una concessione di legge) c’è forte rispetto reciproco, apertura e disponibilità.

In cosa ti ha aiutato l’essere mamma nel lavoro?

Al contrario di quanto si possa pensare – e che spesso si fa fatica a capire – il periodo di maternità non è stato affatto una pausa dal lavoro, ma un training continuo su attività quali priority setting, problem solving, multitasking, sviluppo del pensiero parallelo e people management. Non sono forse queste le soft skills più frequenti che vengono richieste da chi ti assume?

In cosa ti ha svantaggiato l’essere mamma nel lavoro?

Per il momento nessuno svantaggio se non quello di non essere ancora completamente libera di fare lunghe trasferte. Per fortuna, l’azienda ha assecondato questa mia esigenza e, nella revisione dell’organizzazione, mi ha affidato un ruolo che non richiede frequenti spostamenti. Diversamente rispetto a prima, utilizzo di più gli strumenti di video call e sono totalmente indipendente nella gestione delle visite ai mercati esteri. Sono certa che questa scelta continui ad essere vista dall’azienda come una conferma dell’impegno e del valore che, come prima, hanno caratterizzato il mio approccio al lavoro e che quindi la carriera possa proseguire con slancio.

Quali pensi siano vantaggi e svantaggi per tua figlia?

Essere una manager soddisfatta ed appassionata mi rende felice. È questo il maggior vantaggio per la mia bimba. Quale figlio la sera vorrebbe trovarsi di fronte una mamma arrabbiata o scontenta? Svantaggi per Greta al momento non ne vedo. D’altra parte io stessa sono figlia di due genitori che hanno sempre lavorato a tempo pieno!

E allora come mai tutta questa reticenza a diventare mamme se si è donne in carriera? È solo uno stereotipo?

Forse quel che manca in Italia, e che favorirebbe molto la conciliazione tra questi due mondi, è una cultura più aperta agli orari flessibili, all’home working, alla diversity nel top management, ai servizi a sostegno della famiglia. Un approccio simile migliorerebbe la qualità della vita di noi mamme manager. Un valore che sono certa saremmo in grado di riversare anche sull’attività lavorativa. Ma sono discorsi molto più ampi, legati ad una cultura italiana ancora troppo lontana dagli standard europei, anche se qualcosa sta cambiando.

Cosa?  

Ci sono aziende che già dedicano un’attenzione particolare alle donne che rientrano dalla maternità, offrendo la possibilità di usufruire di orari flessibili, bonus mirati all’acquisto di servizi per la famiglia (ad esempio estensioni dell’assicurazione sanitaria ai figli) oppure prospettando percorsi di carriera chiari, adeguamenti di stipendio. Insomma, investono sulla base di quanto la persona ha sino ad allora dimostrato di valere e, ovviamente, sul suo potenziale di crescita. D’altronde migliori sono le prospettive al rientro dalla maternità maggiori sono le probabilità che le mamme rientrino prima, felici e motivate. Forse sono ancora pochi casi virtuosi, ma è un buon inizio.

Guardando indietro rifaresti tutto?

Assolutamente sì, anche domani. Ma non ditelo al mio capo!!!

Simona auspica l’aumento in Italia di formule più flessibili  e di una serie di servizi a sostegno della famiglia, ma da quanto ci racconta Elisa Pugliese neppure in Germania, una delle nazioni europee con il maggior tasso di occupazione, la situazione è così rosea come pensavamo, e come probabilmente lei stessa si aspettava, visto che  nell’ultima intervista ci era apparsa convinta di aver fatto la scelta giusta scommettendo su una crescita professionale oltreconfine (vive e lavora a Dusserdorf). La ritroviamo molto più critica sul trattamento che una madre ottiene sul lavoro in Germania.

Elisa Pugliese

Elisa Pugliese

Qual è la tua situazione attuale: cosa fai e quanti anni ha tua figlia?

Elisa Pugliese: Mia figlia ha 31 mesi. Io sono una mamma-single, come il 20% delle famiglie tedesche (1,6 milioni di cui il 96% mamme single e il 4% padri single), e non ricevo gli alimenti dal padre di mia figlia nonostante mi spetterebbero per legge fino al 36° mese di mia figlia. Il tribunale minorile da Aprile 2013 non ha ancora elaborato la nostra pratica – questa è una parentesi sull’efficienza delle istituzioni tedesche.

Fino a fine marzo 2015 lavorerò per una società di analisi di dati seguendo clienti del settore cosmetica e profumeria in Germania.

In realtà io sono un´esperta di market intelligence/market research e brand building internazionale, ma dopo la nascita di mia figlia ho provato a cercare un lavoro più sedentario con meno viaggi di lavoro.

Mi era stato prospettato un part time di 32 ore, e per 32 ore vengo anche pagata, mentre in realtà molte settimane chiudo con 45-55 ore, senza avere gli straordinari pagati bensì molti costi di babysitter! E viaggio più del previsto, dovendo partire alle 6 del mattino e tornando alle 9 di sera, senza che ovviamente ci siano asili disponibili a fare questi orari.

Il prezzo umano lo lascio commentare al lettore…

Come ti sei organizzata?

Ho iniziato a lavorare nel Novembre 2012 che mia figlia aveva 4 mesi con la speranza di reintegrarmi al più presto nel mondo del lavoro. Il posto all´asilo pubblico (costo 350 Euro al mese per 40 ore) però lo abbiamo avuto a Agosto 2014.

Tra Novembre 2012 e Agosto 2013 ho supplito con una Tagesmutter (baby sitter al proprio domicilio) e baby sitter private. Poi da agosto 2013 a Agosto 2014 con un asilo privato che mi costava circa 1300-1600 Euro al mese per 40 ore e quando viaggiavo per lavoro integravo con la baby sitter privata. Spendevo più di quello che guadagnavo ma l´ho fatto sperando ne valesse la pena per avere poi un posto fisso e una posizione sicura.

Quali sono le differenze nel lavorare in Germania per una mamma? Le mamme lavoratrici sono più garantite?

Il mito del Welfare tedesco vale solo per chi ha situazioni standardizzate, ossia “lavoratore statale con famiglia tradizionale”. Il che non corrisponde alla realtà per molti.

Secondo la legge le donne hanno diritto a 12 mesi di maternità pagati al 70% dello stipendio netto medio degli ultimi due anni precedenti la maternità e gli uomini a due mesi di paternità alle medesime condizioni economiche.

Le donne possono prolungare la maternità fino a tre anni mantenendo la garanzia del posto di lavoro, ma senza retribuzione.

In realtà le categorie di lavoro in cui si inserisce la maternità si possono sintetizzare cosi (ciascuna l´ho vissuta nel mio giro di amici o nelle mie esperienze dirette):

  1. Lavoratori statali non licenziabili => hanno maternità regolare, possono rientrare dopo 3 anni con un part-time anche solo di 10 ore e questo gli è dovuto, non sono ricattabili e possono far valere i propri diritti
  2. Lavoratori dipendenti con contratto a tempo indeterminato => hanno maternità regolare, possono rientrare dopo 3 anni ma sono ricattabili sul part time e vengono discriminati se prendono oltre i 12 mesi di maternità o se gli uomini fanno valere il proprio diritto ai due mesi di paternità. I loro diritti però possono venire difesi legalmente
  3. Lavoratori dipendenti con contratto a tempo determinato => hanno maternità regolare, poi però il loro contratto non viene rinnovato/confermato e restano disoccupati
  4. Lavoratori autonomi => hanno maternità in relazione ai profitti generati nell´anno precedente alla nascita del figlio ma nessuna tutela e cercano di lavorare il prima possibile per non perdere la clientela.

Inoltre legalmente ci sono tre categorie di “famiglie”:

  1. Famiglie tradizionali con figli nati nel matrimonio tra madre e padre
  2. Coppie conviventi con figli nati senza che i genitori fossero sposati
  3. Mamme senza partner

E poi dipende anche una che mamma vuole essere, che autoconsapevolezza e a che modello di madre aspira (anche in questo caso ne conosco molteplici sfaccettature, che semplifico): c´è chi è convito che i bambini abbiano bisogno di figure di riferimento e rituali/abitudini per sviluppare una personalità sana ed emotivamente stabile, e ci sono donne convinte che i bambini in qualche modo si arrangiano/se ne fanno una ragione e che si sentono più appagate a lavorare.

In che cosa ti ha aiutato l´essere mamma nel lavoro?

NULLA. A mio parere avere un figlio è un handicap per il lavoro. Le aziende non hanno considerazione né rispetto né tolleranza per la situazione famigliare dei dipendenti. I dipendenti devono lavorare e produrre, il resto non interessa.

Quali pensi siano vantaggi e svantaggi per tua figlia?

Esiste un detto in Germania “ciascuno ha il proprio pacchetto da portare”. Mia figlia ha il suo e non è poco…  io cerco di farla crescere emotivamente stabile e farle sviluppare una personalità sana. Quando non posso occuparmene personalmente scelgo con cura le persone a cui affidarla e che lei prende come riferimento.

In concreto aver frequentato altri bambini fin dalla tenera età e aver avuto diverse persone di riferimento ed esperienze di gruppo le ha consentito di sviluppare conoscenze e attitudini – nonché il bilinguismo – che io da sola non avrei potuto valorizzare.

Il rovescio della medaglia è che non le ho potuto garantire rituali nella vita quotidiana, ad esempio non dorme ancora da sola perché l´esser strapazzata da un posto all’altro crea disorientamento, ha ancora il pannolino perché non riusciamo a trascorrere 2-3 settimane “normali” di fila per abituarla a stare senza pannolino.

Tre esperienze con diverse sfaccettature. Non ha caso un blog scritto da una mamma lavoratrice (si chiama 50sfumaturedimamma.com) ha raccolto più di cento fenomenologie di mamma (una più divertente dell’altra).

Se credete di avere una ricetta per far lievitare la felicità unendo sapientemente figli e carriera raccontatecela, o scriveteci anche semplicemente qual è la vostra esperienza di mamme lavoratrici.

 

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Intervista a Matteo Sarzana, general manager @Zooppa

PC Come ho già avuto modo di raccontare conosco Matteo da quando ha frequentato, più di 15 anni fa, il corso tenuto da Marco Lombardi in Iulm dove, anche se circondato da altri 500 studenti, ci seppe colpire tanto che Lombardi lo selezionò per uno stage in Young & Rubicam: il primo passo per diventare il più giovane manager del gruppo WPP in Italia, alla guida della consociata specializzata in digital marketing. Ora che ha fatto il grande passo dall’establishment della grande agenzia al crowdsourcing creativo di Zooppa, la società che permette a chiunque di mettersi alla prova con un brief stilato da un vero cliente e vincere non solo gloria e visibilità ma anche un premio monetario, l’abbiamo risentito per farci raccontare quanto può essere utile Zooppa ai nuovi talenti creativi, che cosa Matteo stesso apprezza maggiormente nei suoi collaboratori e il perché della sua scelta. In più, dato che è stato scelto dal settimanale Panorama come uno dei quindici (giovani) italiani da tenere d’occhio nel 2015, gli ho chiesto quali pensa siano le qualità per avere successo nei prossimi mesi. Ecco tutte le sue risposte:

Come sempre rimango contagiata dall’entusiasmo e dalla passione con la quale Matteo illustra la sua nuova avventura, ma mi piace commentare questa interessante intervista mettendola a confronto con il parere piuttosto critico di Marco Lombardi su pregi e difetti di questa nuova modalità per trovare idee e campagne pubblicitarie (il concetto viene completato da esempi e approfondimenti nel paragrafo Midnight Advertising in  La creatività in pubblicità. Manuale di linguaggio multimediale: dai mezzi classici al digitale, edizione 2014, Franco Angeli, a cura di Marco Lombardi).
“Web 2.0, il potere di tanti, la saggezza della folla, il crowdsourcing, la creatività open-source sono ormai una realtà e forse un’opportunità per l’industria della comunicazione e per i creativi. Dovremmo partecipare, trarne ispirazione, togliere il ‘guinzaglio’ presente in ogni agenzia e non esserne spaventati. Ma attenzionese collochiamo questo nuovo potenziale in una prospettiva storica scopriremo che stiamo amplificando all’ennesima potenza i vantaggi, ma anche i difetti, di quanto l’offerta di creatività ha sempre fatto(…) Un crescendo di offerta ‘creativa’ sempre più open source, da off line a on line, sino a fenomeni come Zooppa (People powered brand Energy) come probabile estremo epigone. Da un lato migliaia di creativi, da tutto il mondo, in cerca di occasioni e visibilità e dall’altro un utente che pubblica un succinto brief per il proprio progetto comunicazionale (a 360 gradi) precisando la fee che è disposto a riconoscere per l’idea che sceglierà. Il vantaggio economico e di tempo è notevole come anche il potenziale enorme del power of the crowd. Ma la qualità? (…)

Agli interrogativi quindi anche sui pro member di  Zooppa aggiungiamo alcune considerazioni che trovano un’unica origine: la relazione. Abbiamo in dettaglio scritto (Lombardi 2009) sull’importanza della disciplina, della strategia: You can really fly when you know where to go, scrivevano ad esempio i maestri della Young&Rubicam. Sapere ‘dove si va per volare’ significa dire avere una relazione profonda e necessariamente lunga con la marca per la quale si vuole costruire il discorso. (…)Paradossale quindi che il crowdsourcing applicato alla creatività non preveda alcun dialogo ma solo una burocratica relazione impersonale azienda>creativo nella peggior tradizione di certe gare condotte da terzi o da enti statali (bando e proposta in busta chiusa). La negazione della realtà contemporanea della comunicazione!” Marco Lombardi, Midnight Advertising, La creatività in pubblicità. Manuale di linguaggio multimediale: dai mezzi classici al digitale, edizione 2014, Franco Angeli, a cura di Marco Lombardi, pag 88.

Dibattito stimolante. Cosa ne pensate?

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Si può trasformare il web in una fonte di guadagno?

PC La possibilità di guadagnare con un blog o un sito e poter lavorare da casa è un’opportunità che interessa molti, a partire dai giovani che non hanno lavoro e si chiedono come crearselo sul web fino a chi ha un lavoro troppo impegnativo e cerca una soluzione che gli permetta di avere una fonte di guadagno, magari minore, ma godersi maggiormente gli affetti e la vita. Abbiamo chiesto a Barbara Siliquini, co-fondatrice di GenitoriChannel, un portale ricco di articoli, video, tutorial rivolti a mamme e papà, com’è riuscita a trasformare una passione e il web in una forma di guadagno.
Se volete un assaggio di quello che fa Barbara, guardatevi anche la ricetta che ha creato per il web magazine Vivaio di Padiglione Italia cucinata dalle sue bambine.

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Siete giovani, determinati e avete attitudine per il digitale? C’è chi cerca proprio voi.

PC Roberto Fuso Nerini, amico e collega di lunga data, mi ha chiamato oggi per chiedermi di aiutarlo a trovare dei giovani esperti in media digitali per la società per la quale lavora: The Vortex, nata per aiutare l’impresa italiana a colmare i gap di conoscenza dei media digitali attraverso la formazione al digitale e mantenere il livello di aggiornamento necessario in un contesto in continua evoluzione.ricerca lavoro

Al momento ci sono due ricerche aperte. La prima è per giovani professionisti del marketing e della comunicazione digitale che vogliano intraprendere una dinamica esperienza lavorativa e che devono avere non più di 28 anni, una buona padronanza della lingua inglese e una grande dimestichezza con i nuovi media, i social network e i dispositivi mobile.

I candidati interessati devono inviare:

  • link profilo Linkedin
  • descrizione personale in 140 caratteri
  • eventuale partecipazione a corsi o eventi di The Vortex

A questo link la descrizione dettagliata della posizione e i riferimenti a cui inviare CV.

La seconda è per un JUNIOR WEB SPECIALIST che verrà inserito nel Team Asky e si occuperà di tutte le attività legate a questo nuovo servizio di assistenza online di marketing digitale. Ricercano una persona motivata, intraprendente, che lavori per obiettivi e in maniera indipendente e che abbia come requisiti:

  • Laurea in marketing, comunicazione o simili.
  • Età non superiore ai 28 anni
  • Ottima conoscenza della lingua inglese
  • Buona dimestichezza con i nuovi media, i social network, il mobile

A questo link la descrizione dettagliata della posizione e i riferimenti a cui inviare CV.

Per aiutare i lettori interessati abbiamo quindi chiesto a Roberto quali caratteristiche deve avere un giovane per entrare in The Vortex.

Roberto Fuso Nerini: Curiosità, determinazione, attitudine verso il digitale e la capacità di stare a proprio agio nel cambiamento di un settore in continua evoluzione.

Un’ottima conoscenza dell’Inglese è fondamentale e sono importanti ai fini della valutazione esperienze di studio e di lavoro all’estero.

Ci puoi dare anche un consiglio su come affrontare un colloquio di lavoro?

Essere prima di tutto se stessi. Lo show-off non paga.

E’ importante invece mostrare la propria determinazione, sicurezza e soprattutto il progetto professionale che si ha in mente.

A volte si trascura l’opportunità di valorizzare e parlare di quelle attività che si pensa non siano importanti per la valutazione, ma che contribuiscono invece a dare un’idea più compiuta del proprio valore e del proprio potenziale: un blog, la passione per la scrittura o per la fotografia…

In quale settore del marketing e della comunicazione pensi ci siano maggiori prospettive di sviluppo per i giovani al momento?

Specialisti e-commerce, project manager con una forte predisposizione al mobile, esperti SEO e Analytics; in ambito media tutte le figure orientate alle nuove modalità di pianificazione e gestione media (RTB e Programmatic).

Se parliamo di figure con un orientamento più tecnico: sviluppatori sia web e soprattutto mobile e app.

Quale consiglio potresti dare a un giovane che voglia entrare nel mondo del marketing e della comunicazione?

Essere curiosi, navigare in rete e cercare di essere dentro alle cose che succedono.

Mettere la formazione continua al centro delle proprie priorità e attività.

Utilizzare le proprie presenze on-line come una palestra di esperienze e relazioni e cominciare a costruire una solida rete di contatti e di networking.

Ovviamente un profilo LinkedIn ben fatto e strutturato è il primo biglietto da visita che chiediamo.

Approfitto per un breve inciso. Quando non si ha lavoro o se ne ha poco si tende a chiudersi in se stessi ed estraniarsi dal mondo reale. Se a questo aggiungete un carattere poco portato alle p.r. e magari il fatto che vivete fuori Milano, il rischio è quello di trasformarvi in inaciditi eremiti.

Invece è sempre fondamentale uscire e frequentare circoli nei quali incontrare o re-incontrare persone che vi possono essere utili per le vostre relazioni professionali.

A volte il caso aiuta: l’ultima volta che ho visto Roberto Fuso Nerini è quando in Agosto, in un paesino di montagna, in una chiesa traboccante di gente che aspettava che un violinista iniziasse a suonare uno Stradivari si è seduto proprio vicino a me. Spero che questo fortuito incontro, nel quale gli ho ricordato l’impegno in università e sul blog nei confronti dei giovani, possa aiutare uno dei nostri lettori a trovare un lavoro.

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INTERVISTA A UN GIOVANE TALENTO DEL VIVAIO EXPO

PC Milano quest’estate per effetto dell’Expo (e forse anche del tempo novembrino) ha visto un aumento di turisti (+4% rispetto al 2013) e di visite ai musei. È uno dei primi positivi effetti della grande manifestazione che tutti sperano aiuti a rilanciare la città e soprattutto l’intera economia italiana. Le previsioni ottimistiche di Expo, che arrivavano a parlare di 100.000 nuove assunzioni, non sono state però fino ad ora mantenute: l’Osservatorio sul mercato del lavoro della provincia di Milano registra meno di 3500 neoassunzioni connesse ad Expo, che hanno riguardato soprattutto il settore alberghiero e ristorativo e quello del travel.expo-2015

Speriamo che nei prossimi mesi ci sia un’accelerata di assunzioni di giovani, dato che il concetto portante di Padiglione Italia – il padiglione che presenterà le eccellenze italiane all’interno di Expo2015 – è il “Vivaio”, uno spazio dove far germogliare i talenti, come sottolinea la dottoressa Bracco che ne è Commissario Generale.

In particolare ci auguriamo che l’Expo porti un nuovo impulso anche nel settore del marketing e della comunicazione, del quale ci occupiamo, e di avere qualche suggerimento concreto da dare nei prossimi mesi ai nostri lettori. Per cominciare a trattare l’argomento abbiamo intervistato una giovane che sta vivendo questa grande avventura fino dai suoi primi passi: Caroline Joyce  Elefante, che si occupa da più di un anno di Comunicazione e rapporti con la stampa di Padiglione Italia  e della gestione dei contenuti sul sito Padiglione Italia e, insieme a Gabriella Giardino, del web magazine di Padiglione Italia e del web magazine Vivaio, rivolto alle scuole, con il quale collaboro.

Lavorando insieme ho potuto apprezzare due elementi per me fondamentali: la competenza (che derivano dal suo Diploma di Laurea in Animazione multimediale allo Ied di Milano e da alcuni anni di lavoro nell’ambito della grafica e della gestione dei contenuti) e la capacità di gestire qualsiasi urgenza o problema con serenità e gentilezza.

Caroline Joyce Elefante Assistente Comunicazione e rapporti con la stampa Padiglione Italia Expo2015

Caroline Joyce Elefante Assistente Comunicazione e rapporti con la stampa Padiglione Italia Expo2015

 

Comincio con una domanda che risale al suo primo colloquio: perché pensi di essere stato scelta, cosa ha fatto la differenza?

Caroline Joyce Elefante: Credo di aver mostrato una serie di caratteristiche che potevano essere ritenute utili o promettenti. Mi ero preparata a mostrare cosa sapevo fare, a dimostrare di essere determinata a imparare e a mettermi da subito in gioco con umiltà… ecco forse questa è stata la carta vincente.

Cosa ti è servito di più nel primo anno di lavoro?

L’umiltà e la voglia di fare. Bisogna essere delle spugne e assorbire tutte le informazioni utili e i metodi di organizzazione, rendendoli propri e perfezionandoli con le proprie esperienze e capacità personali.

Cosa ti ha insegnato il tuo primo capo?

A far tesoro delle proprie esperienze e anche dei propri errori per accrescere il profilo professionale. Spesso mi spronava ad arrangiarmi su alcuni problemi, al solo scopo di aiutarmi a crescere e rendermi sempre più autonoma. Posso dire che in alcuni momenti, ancora adesso, l’esperienza accumulata in quel momento, mi si sta rivelando utile, anche se lavoravo in tutt’altro settore.

Cosa ti ha insegnato il capo che consideri tuo mentore?

Considero ogni responsabile sotto cui ho lavorato un mentore perché da ognuno di loro ho imparato qualcosa. Se dovessi però indicare quello che mi ha insegnato e continua ad insegnarmi di più potrei indicare senza indugi quello attuale.

Sotto la sua guida ho la possibilità di esplorare un’ampia fascia di settori con i quali prima d’ora non avevo mai avuto occasione di rapportarmi. Mi ha mostrato schemi di lavoro e di comportamento con i clienti e fornitori che potrebbero essere applicati anche a molte altre aree.

Se dovessi dirlo in poche parole, direi che mi ha insegnato a lavorare in maniera proficua anche sotto pressione,  trovando il modo di capire e gestire le varie priorità.

Cosa vorresti aver studiato in più o di più nel tuo percorso scolastico?

Venendo da studi grafici ho avuto l’opportunità di sperimentare varie tecniche di illustrazione e di animazione partendo da quelle tradizionali a quelle moderne fino ad arrivare all’animazione 3d. Mi sarebbe piaciuto approfondire la parte teorica, studiare maggiormente la storia dell’illustrazione e del cinema, comprese le tecniche di regia del grande e del piccolo schermo.

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Alessandra Selmi ci racconta i dolori di un giovane editor in un divertente libro

 PC Alessandra Selmi, la nostra corrispondente dal fronte editoriale, ha recentemente pubblicato un libro in cui racconta con la consueta verve umoristica la vita di un giovane editor, al quale tutti, ma proprio tutti, prima o poi cercano di far leggere il proprio manoscritto (è noto che gli italiani sono un popolo di scrittori molto più che di lettori).e-cosi-vuoi-lavorare-nelleditoria-206995

Una lettura piacevole e divertente che può anche essere utile a qualche giovane laureato in materie umanistiche (Alessandra si è laureata a pieni voti in Iulm, dove ci siamo conosciute) interessato a capire se la carriera nel mondo editoriale può fare per lui.

Il libro si intitola “E così vuoi lavorare nell’editoria. I dolori di un giovane editor “, Editrice Bibliografica (Milano). Si può acquistare in tutte le librerie e online a €9,90, ed esiste anche l’ebook a €4,99; ha avuto ottime recensioni ed è stato accolto con grande successo al Salone del libro di Torino, dove Alessandra si è trovata a firmare libri con la stessa grazia della Signora in giallo o di Richard Castle (sarà lì che ha deciso che il suo prossimo libro sarà un giallo. Ambientato a Milano, uscirà nel primo trimestre del 2015 per i tipi di Baldini & Castoldi.)

Le abbiamo chiesto di raccontarci qualcosa del libro e soprattutto di darci qualche indicazione utile per i giovani talenti che vogliano provare a imboccare questa professione.

Trampolinodilancio: Di cosa parla il tuo libro?

Alessandra Selmi: “Il libro parla della mia esperienza come editor, da quando, circa sette anni fa, lasciai un lavoro come impiegata per cimentarmi nel giornalismo, fino a oggi. È suddiviso in tre sezioni, che corrispondono grosso modo al ciclo di vita di un libro: da manoscritto in attesa di valutazione alla fase di promozione, passando attraverso le fasi di editing. Ho deciso di dare un taglio ironico e brillante alla narrazione, in parte perché corrisponde alla mia natura, in parte perché penso che il sorriso e l’entusiasmo siano la chiave per rendere migliore ogni professione.”

In cosa consiste il tuo lavoro?

“Mi occupo della selezione dei manoscritti per la pubblicazione. In parole povere, tra tutte le proposte editoriali che giungono in casa editrice, scelgo quelle che saranno pubblicate. Mi occupo poi della revisione dei testi, che può essere più o meno corposa, a seconda dei casi. Scrivo, inoltre, i testi di copertina e affianco gli autori durante tutto l’iter della pubblicazione, oltre a coordinare un piccolo gruppo di correttori di bozze, traduttori e curatori.”

Come si diventa editor?

“Esistono corsi e master per specializzarsi in editoria, ma non sono obbligatori. Io, per esempio, ho cominciato facendo la cosiddetta gavetta come didascalista in una testata di moda. Quel che è certo, comunque, è che per diventare editor bisogna fare esperienza prima come lettori e correttori di bozze: ci vogliono molto tempo, pratica, costanza e umiltà.

Quali sono le maggiori difficoltà del tuo lavoro? E quali le maggiori soddisfazioni?

La cosa più difficile del lavoro di un editor è relazionarsi con gli scrittori. La scrittura è un’attività molto coinvolgente dal punto di vista emotivo. Non è facile rifiutare un manoscritto senza ferire le persone e, durante le fasi di editing, possono crearsi conflitti o attriti se gli autori non accettano o non comprendono le modifiche proposte. Inoltre, stabilire cosa sia degno di pubblicazione e cosa no è una grossa responsabilità: sono molti i casi editoriali rifiutati e poi diventati best seller.

Quando però un testo in cui si è creduto fortemente viene pubblicato e riscuote successo la soddisfazione è grandissima e cancella il ricordo di tutte le difficoltà. È molto emozionante imbattersi in libreria in un libro a cui si è lavorato.

Credo comunque che l’aspetto migliore del mio lavoro sia l’opportunità di conoscere molte persone colte e intelligenti, con la conseguenza di poter crescere intellettualmente.”

Suggerimenti per chi vuole diventare editor?

“Il primo, importantissimo: leggere. Pochi giorni fa sono stata invitata a parlare al master in editoria dell’Università di Verona e, quando ho chiesto ai ragazzi quanti libri leggessero, ho constatato che la media era bassissima (circa uno al mese). Bisogna imparare a leggere molto e molto rapidamente, comprendendo a fondo il testo, perché l’80% del lavoro di un editor consiste nella lettura e i tempi sono spesso molto stretti.

Il secondo: imparare a usare con dimestichezza i programmi di videoscrittura, come Microsoft Word. Non limitarsi a saper digitare un testo, ma conoscere a fondo le varie funzioni del programma.

Il terzo: avere pazienza e umiltà, perché l’iter per diventare editor è lungo e difficile.

Sono tutte cose che si possono imparare prima di iniziare questo lavoro e anche al di fuori della scuola, e che però rivestono grande importanza.”

Alessandra Selmi al Salone di Torino

Alessandra Selmi al Salone di Torino

Alessandra Selmi lavora come libero professionista per diverse case editrici, tra cui Bietti Edizioni, Harlequin Mondadori, Garzanti Libri. Collabora con regolarità con il settimanale Confidenze, per cui scrive racconti e storie vere. E’ laureata in Scienze della Comunicazione e dello Spettacolo alla IULM di Milano, con una tesi in Psicologia Sociale.

Se avete qualche domanda in più da sottoporre ad Alessandra (ma non un libro sul quale chiederle un parere!) non esitate a farlo attraverso trampolinodilancio.

 

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La ricetta del signor Balocco per i giovani talenti: inglese perfetto e innamorarsi di quello che si studia

PC Alberto Balocco, amministratore delegato dell’azienda fondata dal nonno nel 1927 e imprenditore dell’anno nel settore Food&Beverage, è una di quelle rare persone di successo e potere (gestisce un’azienda da più di 150 milioni di euro che cresce anno su anno) che riesce ad essere così vera, gentile e amichevole che si finisce a parlare di figli e scuola nelle pause prima di una nuova versione di montaggio degli ultimi spot che abbiamo girato.

Alberto Balocco, A.d della Balocco

Alberto Balocco, A.d della Balocco

Scopro così che Alberto condivide con trampolinodilancio la certezza che solo un ottimo livello di inglese possa permettere ai giovani di competere nel nuovo scenario internazionale. Una convinzione che ha potuto verificare di persona dato che ha fortemente sviluppato l’espansione sui mercati esteri da quando ha cominciato a guidare, insieme alla sorella Alessandra, l’azienda che il padre aveva industrializzato nel dopo guerra. Scelta che ha contribuito al grande sviluppo negli ultimi dieci anni: un milione di euro al mese per più di 100 mesi.

Mi racconta infatti che è stato recentemente invitato a parlare agli studenti in un liceo e lì, anche a rischio di risultare impopolare e suscitando la difesa di casta di qualche docente, ha detto chiaramente che alle superiori va bene studiare tutte le materie previste (ma forse anche un po’ meno latino…), ma la priorità deve essere sapere alla perfezione l’inglese (per inciso il fatto che abbia trovato il tempo di andare a parlare in un liceo ha confermando il mio sospetto che abbia la dote dell’ubiquità, maturato vedendolo in meno di un mese apparire nel paesino sperduto dove giravamo gli spot, partecipare in Irlanda alla partenza del Giro d’Italia, di cui Balocco è main sponsor, verificare montaggio ed edit di ogni film a Milano, mentre continua a condurre l’azienda).

Contando sulla sua disponibilità e capacità di agire su più fronti,  ho quindi approfittato per porgli le nostre consuete domande:

Quali caratteristiche deve avere un giovane per entrare in Balocco?

Alberto Balocco: Deve mettere il lavoro ad un livello di priorità molto alta e dev’essere pronto a vivere lo spirito di squadra che da noi si respira un po’ ovunque.

C’è una persona che hai assunto che ti è rimasta impressa perché rappresenta le qualità che deve avere un candidato?

Alberto Balocco: Sicuro, è una ragazza. Ha la capacità di macinare tanti progetti, ha il sorriso anche nei momenti più complicati,  non si arrende mai.

Un consiglio su come affrontare un colloquio di lavoro?

Alberto Balocco: Essere sé stessi, senza bleffare.

In quale settore del marketing ci sono maggiori prospettive di sviluppo per i giovani al momento?

Alberto Balocco: Direi in quello operativo, nelle aziende del largo consumo.

Quale consiglio potresti dare a un giovane che voglia entrare nel mondo del marketing e della comunicazione?

Alberto Balocco: Suggerirei di scegliere una buona università e di innamorarsi della materia

(Sono perfettamente d’accordo su quest’ultimo punto: se non si è innamorati del marketing e della comunicazione già all’università difficilmente si potrà mettere entusiasmo e passione in quello che si farà in seguito).

Per chi fosse curioso di come Alberto Balocco si sia costruito le competenze per guidare l’azienda, contraddicendo il pronostico che vuole che la terza generazione sia quella che sperpera il patrimonio familiare, questo è il suo percorso di studi: si è laureato a pieni voti in Economia e Commercio all’Università degli Studi di Torino e ha conseguito il Master in Organizzazione Aziendale e il Master in Controllo di Gestione presso la S.D.A. Bocconi di Milano. Il tutto bruciando le tappe per affiancare appena possibile il padre in azienda: per esempio facendo il militare mentre frequentava l’università (racconta che arrivare in divisa agli esami produceva comunque un effetto positivo… sarà stata la pistola d’ordinanza?).

 

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