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Se vuoi diventare un leader punta sui valori femminili

PC Mi segnala Marco Lombardi una conferenza Ted molto interessante di John Gerzema sull’Athena doctrine: riassume Marco “la femminilità intesa come atteggiamento comprensivo e “materno” sembra essere la prima medicina per vivere in questa nuova fase socioeconomica. E infatti Atena, figlia di Zeus, privilegiava la sapienza, la sensibilità, la comprensione alla violenza e alla crudeltà competitiva.”Immagine1
Le persone più innovative sono infatti più flessibili, più “nurturing”, più collaborative. La ricerca di Jonh Gerzema dimostra tra l’altro (vedi il grafico qui sopra)  che i valori associati alla femminilità sono anche quelli più vicini alla leadership. Uno spunto su cui dovrebbero riflettere gli attuali leader, ma anche chi si sta preparando a diventarlo.
Trovate la conferenza completa a questo link http://www.youtube.com/watch?v=YxgTsyL4y0E

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IL LAVORO E’ COME UNA DISCESA IN KAYAK, intervista a Roberto Corbellini Associate Marketing Manager alle sede di Billund della LEGO

roberto

Roberto Corbellini Associate Marketing Manager in LEGO

PC Uno dei modi più belli per arricchire la carriera di esperienze è passare un periodo all’estero, dove ci si potrà confrontare con mentalità e modi di lavorare diversi, anche all’interno della stessa multinazionale. Negli ultimi mesi per molti questa opportunità nasce più come un’imposizione, dovuta al fatto che le sedi italiane di alcune multinazionale (è il caso di Lever) stanno chiudendo per ottenere i benefici che derivano dalla centralizzazione dello sviluppo strategico in pochi headquarter.

Non è il caso di Roberto Corbellini, con il quale ho avuto il piacere di lavorare quando ha iniziato giovanissimo in LEGO, dopo uno stage in Nestlè. La richiesta di fare un’esperienza all’estero, infatti, è nata da una sua proposta, all’interno del progetto di crescita interna che LEGO predispone, come ci spiega lui stesso:

“Ogni anno ogni dipendente LEGO deve preparare, insieme al diretto superiore, un piano di sviluppo personale sulla base del quale verrà poi valutato. Nell’ambito di questo processo vengono definite delle concrete opportunità di crescita e nel 2012 io vedevo 3 possibili sviluppi della mia carriera: esperienza di sviluppo prodotto, esperienza all’estero e gestione di un team di persone.

Nella tarda primavera dello scorso anno questo processo di crescita subì una brusca accelerata, infatti mi venne offerta la possibilità di intraprendere una di quelle 3 strade al di fuori di LEGO: l’offerta era molto interessante e lusinghiera, ma pensare di distaccarsi da LEGO si rivelò altrettanto difficile. Grazie alla volontà di reciproca di far sì che potessi realizzare i miei sogni professionali in LEGO e al rapporto di fiducia e trasparenza che si era instaurato, nel giro di poche settimane si è concretizzata l’opportunità di spostarsi laddove i mattoncini prendono forma, dapprima come idee su carta fino a diventare le scatole che si trovano nei negozi.”

Era l’opportunità che stavi aspettando!

“Infatti! È cosi che dal novembre scorso mi trovo a Billund (sede della LEGO ndr) a lavorare nel team di sviluppo prodotto dei giochi di società LEGO: un’avventura stimolante nell’ambito del progetto a me più caro da quando lavoro per LEGO. Chiaramente non posso scendere nei dettagli del mio lavoro, ma mi sto ora occupando della pianificazione strategica e dello sviluppo degli asset di marketing a livello globale per la linea di giochi di società LEGO, ovvero definire ciò che fino a pochi mesi prima ricevevo come “dato di fatto” dall’alto. Sto vivendo una grande esperienza in un ambiente internazionale e interculturale ed estremamente egalitario nel dare a tutti la possibilità di fare la differenza.“

Perché pensi di essere stato scelto al tuo primo colloquio, cosa ha fatto la differenza?

“Senza dubbio la motivazione personale. Non ero neppure ancora laureato quando ho affrontato il primo colloquio di lavoro, stavo infatti cercando lo stage richiesto dal piano di studi. Ricordo nitidamente di essere stato fermo e deciso come poche volte prima, immaginate un quasi laureato con una voglia matta di chiudere un capitolo della sua vita per aprire finalmente quello nuovo della vita “adulta”: non mi importava che la posizione offerta non fosse “così nobile o potenzialmente gratificante”, vedevo in quell’opportunità una tappa obbligata per avanzare nel mio percorso di vita. Chiusa quella parentesi, “mi sono permesso” di dar fiato e spazio alla mia ambizione e desiderio di trovare la giusta e meritata ricompensa dopo anni di studio. E, guardando alla mia condizione attuale, anche queste doti hanno fatto la differenza e mi hanno portato a conseguire i miei obiettivi.”

Cosa ti è servito di più nel primo anno di lavoro?

“Considerando LEGO, l’azienda alla quale sono approdato stabilmente dopo l’università, credo che le spinte più importanti siano arrivate dalla mia motivazione, dalla pragmaticità e dall’approccio metodologico acquisito negli anni. Per quanto si possa aver studiato, sono convinto che le vere competenze si consolidano solo lavorando, all’università si studiano i libri e magari si sperimenta anche qualche frammento di realtà, ma ci si trova pur sempre in un ambiente protetto dove si applica la teoria in casi da laboratorio (verosimili ma senza le complicazioni della vita reale). Nella vita lavorativa, specie all’inizio, si deve sudare per imparare, non scoraggiarsi quando le cose non vanno come previsto e perseverare nel cercare la via giusta ma senza impazzire. È importante sapersi districare tra imprevisti, razionalizzare e decidere in tempi rapidi, non si potranno mai conoscere le risposte a tutte le domande, l’importante è sapere come affrontarle e come cercare una risposta.”

Cosa ti ha insegnato il tuo primo capo?

“Alcune delle cose più importanti che mi sono portato dietro dal primo capo sono la capacità di essere sempre pronto (che non significa necessariamente avere sempre la risposta pronta, ma saper cosa fare) e la diplomazia (a volte è meglio non essere “trasparenti” e mandare giù bocconi amari, ma con arguzia, astuzia e nel limite imposto dalla propria personalità e orgoglio).”

Cosa ti ha insegnato il capo che consideri tuo mentore?

“Moltissime cose! Il capo che considero il mio mentore, non è solo stato il mio superiore ma una persona capace di accogliermi e supportarmi ogni volta che ne avessi bisogno in un modo che solitamente si trova in un padre. È difficile scegliere da dove iniziare, proprio come gli allenatori che hanno a disposizione tutta la rosa e non sanno chi mettere in campo! Scherzi a parte, l’insegnamento più importante è l’aspetto umano della vita lavorativa: fiducia, umiltà, apertura e duro lavoro sono parole chiave in tal senso e vengono prima di qualsiasi strategia o piano marketing. Sul piano più strettamente professionale, porterò sempre con me un’immagine che descrive il comportamento ideale sul lavoro: il lavoro è come una discesa di kayak in un corso d’acqua pieno di rapide e insidie, per essere i più veloci non serve cercare la traiettoria perfetta, ma saper anticipare quello che ci aspetta e andare nella direzione giusta.”

Cosa vorresti aver studiato in più o di più nel tuo percorso scolastico?

“Da sempre mi affascina anche il campo della psicologia, l’interpretazione dei comportamenti umani e le sue cause scatenanti, il dualismo cuore/ragione e la decodifica della gestualità. Sono sempre stato attratto da questi studi, che talvolta hanno il sapore del mistico e del misterioso, ma sono assolutamente attuali e presenti nella vita di tutti giorni, da quando si è innamorati e si cerca di capire se siamo corrisposti a quando si cerca l’approvazione del proprio capo passando per tutte quelle volte in cui si vorrebbe influenzare o capire gli altri. Chissà magari in futuro mi dedicherò anche ad approfondire questa passione che vedrei come un arricchimento sia a livello personale sia professionale.”

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Come allenarsi a diventare un futuro leader

Daniele Molmenti, oro olimpico

PC Linkedin ha segnalato un articolo rivolto ai manager che devono selezionare nel gruppo che coordinano chi potrà diventare un leader. Sapere quali sono le caratteristiche che i manager valutano può però anche aiutare i giovani talenti a orientare il proprio comportamento in modo da rientrare nella categoria di chi farà carriera. Ecco quindi una sintesi dell’articolo.

1. I futuri leader conoscono bene il loro business e non si stancano mai di imparare. In più riescono a comprendere il legame tra quello che fanno e gli obiettivi più ad ampio raggio della società per la quale lavorano. 

2. Sono apprezzati e rispettati non solo dal loro capo ma anche dai colleghi e dalle persone con le quali lavorano (per esempio in un’agenzia di comunicazione è fondamentale valutare il rapporto che un account intrattiene con i creativi, in un reparto marketing è importante capire la relazione che il product manager riesce a intrattenere con agenzie, produzione e vendite.)

3. I futuri leader sono ambiziosi, vogliono avere nuove responsabilità, imparare cose nuove e ottenere maggiore riconoscimento. In poche parole non hanno paura di mettersi in mostra.

4. Sono abili nel lavorare con gli altri, nel formare partnership, nel raccogliere informazioni. I geni solitari possono essere molto creativi e ambiziosi, ma non saranno mai dei buoni leader.

5. Hanno il coraggio di prendere decisioni. Un futuro leader capisce che dopo il momento dell’analisi e della ricerca viene il momento in cui decidere con la propria testa.

È ovvio che un futuro leader deve anche trovare un ambito positivo dove poter dimostrare queste caratteristiche, e in questo risiede la responsabilità di chi è già leader, che dovrà favorire un clima di crescita, nel quale una sana ambizione, il desiderio di migliorare e la capacità di fare rete con gli altri reparti vengano apprezzate e non osservate con paura e sospetto come spesso purtroppo accade.

Trovate l’articolo originale a questo link: http://www.inc.com/samuel-bacharach/The-5-Traits-of-High-Potential-Employees.html

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Se volete cambiare carriera evitate questi 5 errori

PC Ci sono volte che leggendo un articolo ti senti chiamata in causa. È quanto mi è successo leggendo su Forbes il racconto di Kathy Caprino sugli errori che spesso si compiono quando si vuole cambiare carriera. Spero arrivi in tempo in modo che chi di voi si trova in questa situazione ne eviti qualcuno (io da parte mia ne ho già accumulati più di uno).

 1) L’effetto Pendolo: scappare dalla vostra attuale carriera perché non ne potete più

Se sei rimasta troppo tempo bloccato in un lavoro che non ti piace più fare è probabile che tu sia arrivato a odiare il lavoro stesso o i colleghi, e pronto a cadere nell’effetto pendolo. È esattamente quello che mi è successo nell’ultimo anno di Young & Rubicam. Ricordo come una delle sere più tristi della mia vita quella passata in una camera del Four Season di Chicago così grande da avere cinque telefoni (ero lì per seguire uno shooting Barilla in cui si vedevano vongole che applaudivano e spaghetti che cadevano nell’acqua bollente, ma sembrava che solo il regista di Chicago avrebbe potuto girarli così bene). Ero talmente nauseata dal tipo di lavoro e dal contesto che cenai da sola in camera. Per l’effetto pendolo ho deciso di fare un figlio, trasferirmi a vivere in un paesino di 900 anime e dedicarmi esclusivamente all’insegnamento. Ci sono voluti tre anni prima che il pendolo mi riportasse a desiderare un po’ di sana adrenalina, e altri anni ancora per approdare alla scelta imprenditoriale che mi permette di conciliare tempi di vita  umani con il lavoro nella comunicazione che amo. Ma la mia scelta troppo “di pancia” aveva fatto sì che  abbandonassi quasi tutti i contatti - convinta che non sarei più rientrata in quel settore - e ricostruirli è stato lento e faticoso (per fortuna grazie a Linkedin non impossibile).

La morale che trae Kathy è la seguente: non aspettate di essere disperatamente infelici nella vostra situazione per cambiare lavoro: cercate prima di migliorarla riaggiustando relazioni incrinate, pretendendo più rispetto, facendo sentire la vostra voce e crescere le vostre abilità e diventando più competenti. A quel punto, quando vorrete cambiare, sarete in grado di raggiungere un livello maggiore di successo.

2) Non sviluppare un solido piano finanziario che sostenga la vostra transizione

Non potete illudervi di cambiare carriera e guadagnare subito quanto prendevate nel posto precedente. Per questo è opportuno capire, anche con l’aiuto di consulenti esterni, quali siano le risorse necessarie per finanziare il cambiamento.

Se non avete i fondi necessari è meglio aspettare di avere accesso a fondi supplementari (sfruttare eventuali bonus, cercare di guadagnare di più nella carriera attuale, trovare un prestito, ecc.) o diminuire le spese in modo da accantonare quello di cui avrete bisogno.

3) Innamorarsi della forma sbagliata di lavoro

Prima di cambiare carriera devi identificare l’essenza di quello che vuoi fare.

Kathy invita a rispondere ad alcune domande per scoprirla:

  • quali abilità e talenti vuoi usare nella nuova carriera
  • con quali persone ti trovi meglio?
  • quali valori, standard di integrità e bisogni devono essere garantiti nel lavoro?
  • quali tipi di sfide vuoi affrontare nel nuovo lavoro?

Solo avendo contestualizzato l’essenza di quello che vuoi, potrai trovare la forma di lavoro che ti si adatta maggiormente. A me ci sono voluti parecchi anni di tentativi, se avessi capito prima davvero le mie esigenze, mi sarei probabilmente risparmiata dei lunghi periodi di insoddisfazione.

4) Non scavare abbastanza a fondo

Kathy dice che se per 10 anni hai lavorato nella produzione televisiva e vuoi dedicarti all’insegnamento, dovresti esplorare tutte le ragioni dietro a questa volontà di insegnare. Vuoi migliorare le tue abilità linguistiche, aiutare i giovani adulti ad avere più successo, allontanarti da un ambiente troppo politicizzato?

Dedicarsi all’insegnamento dell’inglese ti aiuterà davvero a trovare piena soddisfazione delle tue aspettative? Tutte le altre componenti del lavoro di insegnante ti piaceranno? È importante fare ricerca e approfondire tutti gli aspetti della nuova carriera che si sta intraprendendo.

5) Mollare troppo velocemente

Un ultimo errore è gettare troppo presto la spugna. Cambiare carriera implica fatica, tempo, impegno e spesso anche soldi. Non potete pretendere di vedere i risultati in pochi mesi.

Per cambiare carriera con successo, conclude Kathy, avete bisogno di quattro “C”: chiarezza, coraggio, confidence e competenza. Ne aggiungerei una quinta, il famoso fattore “C” di cui parlava già Stefano Battioni nell’intervista che gli abbiamo fatto.

Trovate l’articolo originale a questo link http://www.forbes.com/sites/kathycaprino/2012/04/14/the-5-biggest-mistakes-career-changers-make/2/

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Volli, sempre volli, fortissimamente volli

Djokovic with the Australian open trophy

Djokovic with the Australian open trophy (Photo credit: Wikipedia)

PB  Dopo il mio post di ieri su Tennis, fallimenti e felicità, ho avuto un sacco di commenti. Alcuni sul blog, molti al telefono o via e mail, alcuni attraverso segnali di fumo.

Sono quindi a precisare (ascoltate bene pulcini in procinto di buttare il becco fuori dal nido) che il mio pezzo non voleva in alcun modo essere un alibi per la mancanza di ambizione, un sei politico per un lavoro fatto così così.

Per fare carriera bisogna essere i più bravi, i più veloci, i più brillanti. Solo bisogna farlo seguendo il proprio talento, cambiando, rinnovando o ibridando i modelli di successo codificati dal passato.

E poi, sentito il cuore, fare fatica, studiare, mettere la sveglia presto, viaggiare, lottare, creare nella direzione giusta, crearsi le vele migliori per prendere il vento quando sarà in poppa, ma anche per stringere la bolina e proseguire quando il vento sarà avverso.

Milano è piena di negozi che vanno male, che saranno soppiantati dallo shop on line o dalle catene a basso costo. Per realizzare un modello alternativo di successo non basta non aver finito l’università, siete d’accordo? Io parlo di eccellenza, differenziazione, carattere, voglia. Buon vento

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