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Diario di Viaggio tra sentimenti, retorica e tecnologia

PB Scrivo dal tavolino del TGV , diretta a Nantes.

Leggo un articolo (TGV Magazine, n°356 giugno 2013) sull’utilizzo dei Big Data per prevedere il futuro. A Santa Cruz (Stati Uniti), il crimine è diminuito del 23% (!) da quando la polizia si è dotata di un software che previene il crimine. Complicati algoritmi mettono insieme milioni di dati (mutuati da statistiche criminali, messaggi, e mail, smartphone, twitt, face book, flussi carte di credito) li incrociano con fattori ambientali  (meteo, date arrivo stipendio…) e producono una previsione talmente precisa del crimine che sta per essere commesso, che le forze dell’ordine arrivano sul luogo del misfatto prima che il misfatto sia stato commesso.

Io quindi prevedo un futuro in cui vi sconsiglio di darvi al crimine (vi beccano subito) ma vi consiglio di non trascurare questo “nuovo petrolio”: attrezzatevi culturalmente (Matematica? Statistica? Informatica?) e cercate di essere pronti per essere gli ingegneri creatori di questi algoritmi, i product manager che inventeranno prodotti interpretativi da vendere alle aziende, i sociologi che interpreteranno questi dati.

La sveglia questa mattina è stata alle 4,30 (harg)  dato che sono partita con il volo delle 6,30. A Parigi (8 gradi, sembrava una bella giornata di dicembre e io ero senza calze) ho atteso un’oretta all’aeroporto/stazione  (si, a Parigi la stazione del TGV è dentro l’aeroporto e si passa dal gate al binario senza soluzione di continuo) e ho scritto la traccia della mia presentazione (il mio speech è alle 14 e non sono riuscita a prepararmi in anticipo nonostante i consigli di Trampolino)

Così, benché io me la cavi piuttosto bene con il francese, mi mancava una parola che, retoricamente, sarebbe stata perfetta.

Potevo usare il google traslator (che palle però con il Black Barry dove lo schermo è miserabile) oppure farmi aiutare da qualcuno . Essendo femmina (un maschio piuttosto che chiedere un indirizzo fa tre volte il giro della circonvallazione: a me è successo a Magonza, di cui non ricordo nulla se non di averla circumnavigata , appunto, tre volte) ho chiesto a una ragazza che sedeva in fianco a me (in stazione ci sono i tavoli con la connessione internet, in modo da poter lavorare mentre si attende il treno). Mi sono ritrovata così a finalizzare il mio discorso con una sconosciuta fanciulla francese alle 8,30 del mattino in una gelida stazione.

In treno , di fianco a me, una coppia di anziani coniugi in viaggio per vacanza (indossano zainetto e scarpe da tennis) si sta godendo un film sul tablet. Lui ha le cuffiette audio e sta guardando un film d’azione. Lei sonnecchia e gioca con il suo I Pad.

Mmm, mi pare che in questo viaggio la tecnologia non vada per nulla a discapito delle relazioni. E oggi mi sembra (come mai? sarà questo sole gelido?) che il futuro sia pieno di opportunità. Nelle relazioni reali e in quelle digitali.

PS: il mio discorso – per vostra info – è andato molto bene (avevo rievocato per scriverlo, i consigli di Cicerone  per la captatio benevolentiae , quelli di Aldo Grasso ai grillini per l’uso di  immagini figurate , il discorso di Kennedy ai berlinesi per la empatia che è stato in grado di trasmettere e quelli di una ragazza in stazione a Parigi per una traduzione corretta).  Si trattava della presentazione della Primavera Estate 2014. Ed è stato alla fine una buona miscela di retorica, sentimenti e tecnologia.

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Il successo passa dal lungo o dal breve?

PB  L’ultimo inserto del Corriere della Sera ( il Sette che ha ispirato il post di Paola sul “fattore S”) è una miniera di preziose gemme. Una fra tutte la famosa citazione di Arbasino a proposito del fatto che in Italia “c’è un momento stregato in cui si passa dalla categoria di brillante promessa a quella di solito stronzo. Soltanto a pochi fortunati l’età concede poi di accedere alla dignità di venerabile maestro”.

E a proposito di maestri, mi viene in mente uno degli insegnamenti che più mi sono stati utili , impartitomi dall’allora mio capo in Armani, Ing Fantò.

Lottavamo con passione per il successo di EA7, la linea di abbigliamento dedicato alla sport all’interno dell’offerta Armani. Ma proprio allo sport attivo (roba per andare a sciare o per fare le regate, non per passeggiare in Corso Vittorio Emanuele con look Sankt Moritz o Porto Cervo).

Si combatteva contro fattori di criticità esterna (chi avrebbe mai messo una giacca a vento di Armani per andare a sciare?) e fattori critici di credibilità interna (eravamo parte di una Business Unit nata una quarantina di anni prima per fare preziose cravatte di seta e sciarpe fil coupé: come potevamo essere quelli a cui affidare una linea di abbigliamento tecnico?)

Mentre costruivamo un ufficio prodotto, una rete commerciale, una distribuzione, una filosofia nuova, il mio capo mi faceva pressione su dettagli apparentemente poco importanti, su progetti paralleli a breve termine.

A me pareva di sacrificare energie preziose (di tempo, attenzione, risorse) a scapito del “grande progetto”. Era dunque importante solo per me? O più per me che per lui?

Fu a quel punto che Fantò mi spiegò quanto fosse determinante, per avere la fiducia su un progetto a lungo termine, dare prove di capacità, pillole di successo, anche su progetti temporalmente più vicini, più verificabili sul breve.

Le atmosfere, gli umori in azienda sono mutevoli. Soprattutto in un mondo, quello della moda, dove i manager possono cambiare con il ritmo delle cartelle colore. La delega per agire non ha garanzia di anni (anche per progetti che dovono durare anni e che rispettano il timing!) e la fiducia va mantenuta calda da tappe di avvicinamento che tatticamente servono a confortare la decisione presa.

E’ opportuno creare piccoli Show case di successo per avere la libertà intellettuale e il tempo necessario per agire profondamente su progetti a più ampio respiro.

Rifare completamente il catalogo della linea di Intimo (un progetto grafico a limitato impatto strategico) permise di avere un immediato impatto di comunicazione su chi lavorava alle collezioni: l’approccio parve subito nuovo, dinamico. I prodotti ebbero il tempo di essere rinnovati in un processo di almeno quattro stagioni (dallo stile, al piano taglie, alla commercializzazione), ma gli strumenti di vendita subito rinnovati diedero credibilità alla promessa. David Beckham in slip affisso sui muri della città, oltre a dare il buon umore a chi prendeva il tram ogni mattina per andare a lavorare, ha contribuito incosapevolmente alla realizzazione delle giacche a vento.

A chi comincia una carriera consiglio di lavorare sempre a grandi progetti (la visione strategica è parte del talento di chi lavora nel marketing), senza dimenticare però che i piccoli obiettivi a corollario (non necessariamente connessi) sono uno strumento per raggiungerli e non una dispersione di energie.

Guardare solo al lungo termine è spesso deleterio per mantenere la fiducia di chi ci ha affidato una missione e di chi ci deve seguire sul campo: la riuscita di un progetto (anche piccolo) è la più efficace delle motivazioni.

A me è capitato di mettere al centro della riuscita di una collezione il rispetto del timing perché sapevo che per la prima stagione era l’unico obiettivo che avremmo potuto raggiungere: ma non potevo permettermi una frustrazione di 12 mesi, prima dei quali non avremmo raggiunto obiettivi più importanti.

Sicuramente il mio capo era una brillante promessa (queste cose me le insegnava da Direttore Generale  e non aveva compiuto ancora quarant’anni) , posso dire di avere pensato ogni tanto di lui che fosse uno stronzo (chi non lo ha pensato del proprio capo almeno una volta?) ma certo è stato un maestro (sul “venerabile”  per il momento soprassiedo, lascio l’esclusiva a Arbasino e aspetto almeno che a Fantò vengano i capelli bianchi)

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Il bello delle chiacchiere

PB Chiacchiere (non quelle di Carnevale a minacciare la nostra dieta per tutta la settimana) ma quelle che si fanno attorno a un tavolo.

Sono stata, la settimana scorsa, un paio di giorni a Montecarlo. E ho goduto del piacere della buona conversazione. Non succede spesso e soprattutto non è comune per chi organizza cene di lavoro, riuscire a trasformare un incontro che parte da uno spunto professionale (quante volte ci capitano vernissage, lanci di prodotto, eventi in cui fingiamo di divertirci?) in un incontro davvero piacevole.

Si trattava del “Diner des partenairs” del Monte-Carlo Rolex Master, preparatorio al torneo che si terrà nel Principato di Monaco il prossimo mese di aprile .

I padroni di casa (cioè il direttore del Torneo e i suoi collaboratori) si sono presi cura degli ospiti. Ci conoscevano per nome, ci venivano incontro per salutarci, si preoccupavano di presentarci agli altri invitati. Come appunto, ospiti di una casa, di una famiglia.

Per me, relativamente nuova del mondo del tennis e non bazzicante Montecarlo per usuali diletti (ho piuttosto una storia di vacanze in moto in Sicilia, più che di chemin de fer al Casino del Principato) la gradevole sensazione di avere come anfitrione un padrone di casa e non una agenzia di PR.

La composizione dei tavoli credo sia stata fatta con cura, mescolando uomini e donne, matricole e veterani, Club e Aziende. Con il risultato di avere sorrisi e conversazioni vivaci in ognuno dei tavoli.

Di fronte a me l’incantevole Monsieur Truchi (direttore del Country Club), di fianco a me Monsieur Hoppenot, Vice President dell’ Hotel de Paris.

Con Mr Truchi ci siamo persi negli aneddoti del tennis, di quando ventenne giocava con Sergio Tacchini ad Ascoli Piceno e di quanto trovasse, anche recentemente, amabile Pierrette , la bella tennista diventata poi sua moglie.

Ma poi alla mia sinistra un fiume di parole e bollicine mi ha svelato i segreti delle cave dell’Hotel de Paris: due chilometri di cantine sotterranee piene dei vini più preziosi del pianeta. Bottiglie che non sono neanche nel menù (per evitare che grossolani milionari le bevano senza gustarle) e che costano 10.000 euro l’una.

Le mani tremanti dei giovani sommelier che, novizi primi della classe delle migliori scuole di hotellerie d’Europa, aprono bottiglie preziosissime con il cuore in gola. E che dopo qualche anno maneggiano tesori come se fossero lattine di gazzosa.

Bottiglie speciali che non si aprono e che si custodiscono per le generazioni future, altrimenti destinate a non poterle mai gustare.

Non finivo più di ascoltare e chiedere e sbirciare le foto sul blakberry.

La complicatissima formula per organizzare una cena di lavoro in cui nessuno guardi  l’orologio per scappare non appena le buone maniere lo consentano, è parsa quanto di più semplice e naturale potesse avvenire: grande esempio per chi si occupa di organizzare eventi di lavoro. Pensarli come fossero una cena a casa, in cui si invitano un paio di colleghi simpatici, gli amici del teatro e la ex compagna di scuola.

Certo una vista spettacolare sul mare, una cucina stellata e la brezza della Cote d’Azur aiutano. Ma nulla sono rispetto alle parole (cioè all’ avere qualcosa da raccontare e a raccontarlo bene) e alla passione che quando volano alto fanno sognare anche dalle cantine.

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Benvenuti al sud

PB Lunedì scorso, per lavoro, sono andata in Puglia.File:Cattedrale di Trani.JPG

Per una volta non a vedere negozi e ipotizzare sbocchi di mercato, ma a vedere la produzione, laddove i capi che poi si vedono in scintillanti vetrine , si immaginano come astratti grafismi (disegnati sul cartamodello) , si tagliano ( in materassi di tessuto stesi su un tavolo lunghissimo) , si confezionano.

Poco palcoscenico e molti camici azzurri per chi è addetto alla produzione.

Io adoro il dietro le quinte. Mi piace vedere il disegno che esce dal CAD. Per la prima volta ho visto come si tagliano i tessuti tubolari (quelli senza cuciture) e ho capito perché è necessario per questi capi che la produzione sia numericamente importante: qui le fustelle sono sculture in metallo, che cambiano per ogni modello e ogni taglia!

Ho trovato una azienda piuttosto orgogliosa della propria qualità, con molte persone giovani al lavoro. La scelta infatti dell’imprenditore, non essendoci grandi aziende simili nella zona a cui “rubare competenze”, è di scegliere collaboratori giovani da formare e poi tenere in azienda

Pranzo a Trani (cittadina bellissima che non avevo mai visitato). Al tavolo di fianco al nostro sedeva un viso noto: un mio ex stagista in Dolce&Gabbana , evidentemente soddisfatto manager dell’Agroalimentare (ricordate il post di Paola sulle prospettive nell’agroalimentare? Rileggetevi il post del 22 novembre sui giovani poco choosy e molto interessati all’agricoltura)

Riporto dal mio lunedì pugliese (oltre a una certa dose di stanchezza derivata dal decollare da Malpensa alle 7,25 del mattino e riatterrarvi la sera stessa alle 22,40) le seguenti considerazioni:

-          se riuscite a scegliere andate a lavorare in una azienda che abbia voglia, energia per formarvi.

-          puntate su quello che è maggiormente valido in Italia e non trascurate il settore agroalimentare: l’eccellenza italiana è nella moda, nel design, nella cultura, nel turismo e, appunto, nell’agroalimentare

-          Il lavoro consente di vedere , fare cose che altrimenti non si farebbero. E non si tratta solo di disponibilità economica: chi penserebbe mai di fare una vacanza nella sala taglio di una azienda di underwear?  Eppure a me è piaciuta più degli ipogei di Canosa di Puglia!

-          Il lavoro, anche se faticoso, offre spesso, oltre che un salutare salario, la possibilità di vedere il nostro paese con occhi diversi e di scoprire realtà operose e bellissime tra gli ulivi e il mare.

Io ho poi scoperto che se un mio stagista è già un affermato manager devo immediatamente acquistare una buona crema antirughe. Ma questo per il momento non è un vostro problema.

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Stereotipi, ostriche e multinazionali

PB La scorsa settimana sono stata a Nantes (in Francia, a nord ovest, vicino all’oceano) per un incontro di lavoro.

Ho quindi allegramente parlato francese (è una lingua che adoro ma che parlo raramente) e ho mangiato molte ostriche (adoro anche quelle e le mangio più raramente di quanto non parli il francese).

Mi sono trovata a riflettere sui pregi e sui difetti della “italianità” poiché si trattava di valutare una possibile collaborazione tra una azienda/un marchio italiani  e una azienda/ una distribuzione francesi.

Molto convinta dei nostri punti di forza (un prodotto ricco di contenuti, una eleganza innata, un DNA sportivo e credibile, una creatività e una capacità di ascoltare il mercato addomesticandolo in ogni modo al buon gusto), mi sono trovata ad essere franca sui punti di debolezza.

Cosicché mi è stato detto che io, passionale, bruna, alta un metro e sessanta, solare e apollinea, non paio molto italiana (!) Nel senso che non racconto frottole, non tento di alterare la realtà, non prometto ciò che so che non manterrò, non cerco scorciatoie.

Un consiglio dunque a chi inizia a formarsi in una nuova professione: se potete scegliere l’azienda in cui fare il vostro primo stage o il vostro primo lavoro, la filiale italiana di una multinazionale straniera potrà essere una buona scuola di approccio internazionale.

Normalmente questa esperienza (che alla lunga diventa frustrante, vi avviso: se siete creativi e brillanti non resisterete a lungo) aiuta a creare una forma mentis cartesiana laddove per natura noi si tende a pulcinellare.

Essere obbligati a rendere conto alla casa madre, impone a noi, cuochi, sarti, artisti, di confrontarci con modelli rigidi, con numeri confrontabili, con dati verificabili, con teoremi che altrimenti ignoreremmo con filosofica leggerezza.

Alla lunga davvero stufa (una domanda che si fanno gli intelligenti che lavorano per le multinazionali è: ma quando smettiamo di descrivere il nostro business e cominciamo a fare business?)

Ma l’approccio francese, per esempio, (razionale e pedagogico) ha una attenzione davvero speciale alla formazione: è una bella opportunità per chi inizia a lavorare. Io so fare le previsioni di vendita grazie a una azienda francese per la quale ho lavorato tre anni.

Gli americani ti sfiniscono di richieste numeriche, quote di mercato, simulazione di scenari, lavoro di team.

Alla fine (dopo essere stati formati e abituati ad arrivare puntuali alla scadenze di “quarters”) scatta un sano anticorpo che ci impedisce di partecipare – senza cinismo – a team building che a noi paiono terapie di gruppo degli alcolisti anonimi.

Ma questi primi anni di rigore oltre alpino, ci avranno insegnato a confrontarci con realtà internazionali, a familiarizzare con linguaggi e processi culturali per noi non comuni, ad apprezzare un paio di dozzine di ostriche senza per questo sentirsi traditori del bollito misto con la mostarda o della parmigiana di melanzane (ché, sì,  siamo italiani, ma l’Italia  è lunga e variegata, e noi meno banali dei nostri stereotipi)

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L’email: strumento indispensabile ma anche fonte di stress

PC La nostra vita è ormai accompagnata dall”invio e ricezione di mail, e anche i giovani, che sono più abituati a utilizzare i social network per comunicare, devono imparare ad usarle per comunicare con i loro professori durante gli studi o con i futuri datori di lavoro. Uno dei metodi ad esempio per sollecitare un feedback o ricordare la vostra candidatura dopo aver fatto un colloquio,  senza risultare impazienti o peggio ancora invadenti, è scrivere dopo pochi giorni una breve mail. Questa risulterà meno invasiva di una telefonata, ma ugualmente efficace.

Ecco alcuni suggerimenti spiccioli su come scriverla:

  • ricordatevi di personalizzare l’intestazione con il nome della persona che avete incontrato
  • firmatela con il vostro nome completo e il vostro numero di telefono
  • utilizzate, se vi fa sentire più a vostro agio, la scusa di chiedere a chi vi ha intervistato se ha bisogno di maggiori informazioni su di voi
  • ricordate molto velocemente perché siete adatti a quel posto
  •  ringraziate ancora una volta per l’opportunità del colloquio
  • cercate di esprimere il vostro entusiasmo per il lavoro per il quale state facendo domanda e per l’impresa che lo offre
  • controllate in modo maniacale  l’ortografia e la grammatica
  • infine mantenete la mail molto corta, per aumentare le probabilità che venga letta.

 

Non deludetevi se chi vi ha intervistato non risponderà subito, può essere che la selezione abbia preso più tempo del previsto.

A proposito di email Giulia Spada ci ha segnalato un’interessante e divertente ricerca sui diversi modus operandi legati alle email, identificati dalla dottoressa Karen Renaud della Glasgow University e la sua collega Judith Ramsay dell’University of the West of Scotland. Alcuni comportamenti si trasformano in vere e proprie fonti di stress!
COMPULSIVO: legge le mail a tutte le ore del giorno e della notte, ovunque si trovi

IBERNATO: legge le mail sono occasionalmente cosicché non si può mai essere sicuri che abbia ricevuto e letto quella che gli abbiamo inviato

PAVONE: manda mail a tutti con lo stesso contenuto riciclato con versioni diverse, per farsi notare

SCARICABARILE: manda email con il solo scopo di poter provare in seguito (scripta manent) di avere passato un’informazione

CORTESE: risponde a qualsiasi email, ingorgandovi la posta, con mail di risposta che contengono un semplice “grazie”, “grazie ancora”, “piacere mio”

VILLANO: manda mail a indirizzi di persone che non conosce e con contenuti inappropriati, e non capisce perché chi le riceve si secchi

NOTTURNO: manda mail anche di notte, e non capisce perché gli altri non rispondano e preferiscano ogni tanto staccare la spina

NON COMUNICATIVO: legge le mail ma non risponde, così che anche in questo caso non potete mai sapere se ha ricevuto la vostra mail

DELEGATORE:  manda agli altri delle mail nelle quali chiede che svolgano compiti che in realtà sarebbero di sua competenza, dopo di ché si trasforma in Non comunicativo, e non risponde più alle mail dei malcapitati ai quali hai scaricato il suo lavoro

INFIDO: inoltra mail ad altri, senza che chi ha inviato la mail originaria lo sappia

INOLTRATORE SERIALE: inoltra qualsiasi mail l’abbia divertito, manda catene di Sant’Antonio, richieste di donazioni e si fa diffusore di qualsiasi tipo di petizione on line

ACCUMULATORE: mantiene centinaia di email nella casella di posta e non trova mai quella che sta cercando

RISPONDITORE: risponde immediatamente a qualsiasi mail e si aspetta che facciate lo stesso

EQUILIBRATO: semplicemente non permette alle mail di controllare la sua vita. Cerca, quando possibile di parlare di persona con gli altri. È il tipo preferito da tutti gli altri.

Patrizia e io ci siamo divertite a identificarci in una o più categorie e a capire a quale tipologia appartengono i nostri colleghi. Voi a quale appartenete?

Trovate la ricerca originale su http://www.gla.ac.uk/news/headline_241527_en.html

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I LOVE FIORUCCI

PB Ieri, presso la Robilant e Associati, nell’ambito di Talent Almanack, Elio Fioruucci si è raccontato.

Partendo dalla sua esperienza di curioso outsider in viaggio tra Londra, New York, Milano e Los Angeles (con escursioni in Messico e in molti altri altrove) ha tracciato la storia dei suoi negozi e delle sue performance che si sono rivelati poi modelli sperimentali per repliche seriali.

Dall’invenzione della formula della concession (ora in uso nella maggior parte dei Grandi Magazzini europei), alla collaborazione di artisti geniali per creare l’atmosfera dei suoi negozi (da Madonna a Basquiat, da Mendini a Warhol) ha aperto strade che nessuno aveva immaginato e creato modelli che rimarranno codificati come memorabilia per tutti i nuovi retailer.

Come fa a essere così divertente e geniale? Perché ci è piaciuto così tanto?

Uno straordinario mix di Volontà, Divertimento e Amore (sono le parole che ha usato più spesso) per una visione del mercato come atto d’amore: creare e cedere un prodotto come atto di felicità.

Io e Paola (a lei Elio ha anche baciato la mano e io mi struggo di gelosia) siamo innamorate. Speriamo di riuscire a intervistarlo per voi nelle prossime settimane. Anche se – questo sia chiaro – può darvi consigli su come essere felici lavorando, non su come diventare ricchi: lui non ci è riuscito!

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Il bello di dire SI’

PB  Recentemente mi sono imbattuta in uno di quegli articoli (tipici dei magazine femminili) che spiegano come imparare a dire NO.

Dire NO per ricavare tempo per sé, per fare carriera, per migliorare il proprio lavoro.

Come se il dire troppi SI’ fosse cosa da donnicciole, incapaci di pianificare con virile determinazione la propria carriera.

Eppure io ho sotto il naso esempi di successo professionale di chi forse ha esagerato con i SI’ senza calcolare bene le conseguenze, senza calibrare con cura gli svantaggi e i vantaggi, senza quantificare nel dettaglio le conseguenze. Persone che hanno cambiato il loro ruolo in azienda perché è stato loro riconosciuto un nuovo status dopo che se lo erano già conquistato sul campo (una modellista diventata stilista perché con la scusa della vestibilità aveva creato un modello poi divenuto best seller, un Area Manager diventato Direttore Vendite perché tappava i buchi delle zone scoperte con generosità e efficacia, un Marketing Manager che si è preso anche il Prodotto e poi è diventato Marketing Director a furia di elargire consulenze ai colleghi).

E poi invece vedo molti esempi di frutti avvizziti prima di essere maturati, grazie a tutti i loro NO, alle riserve di fronte ai rischi, alla misurazione dei mai sufficienti vantaggi. Con il risultato di rimanere immobili sulle proprie posizioni, pieni di meticolosa e sterile intelligenza.

Credo che di fronte al rischio (di non vedere riconosciuto il proprio lavoro, di non essere pagati abbastanza, di fare troppo in cambio di poco) sia preferibile abbondare in fiducia che in prudenza.

Anche la natura mi pare segua lo stesso esempio (un sacco di uova perché nasca un pesciolino, un sacco di km nella savana per trovare una valle lussureggiante, un sacco di sbucciature sulle ginocchia per imparare ad andare in bici)

La eccessiva prudenza, il calcolo meticoloso dei punti di forza e dei punti di debolezza di una nuova proposta, spesso hanno un effetto castrante.

Chiedere ad un primo colloquio quando sono le vacanze è agghiacciante. Le vacanze sono sacrosante, ma parlarne al primo incontro è come parlare di alimenti post divorzio al primo appuntamento.

La prudenza è buona cosa nella maturità, quando si ha una carriera da amministrare, non da cominciare. Lasciamo agli esordi tutta la generosità irrazionale del proprio tempo, della propria persona, del proprio sorriso. E fantastichiamo di paesi lontani e incontri straordinari: a dire SI’ spesso i sogni si avverano, anche sogni che non credevamo di potere sognare.

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